La notte è scesa e il letto è vuoto. Non c’è scena più universale di questa: qualcuno che si gira tra le lenzuola cercando una presenza che non trova, le ore che si dilatano fino a diventare insopportabili e il buio che amplifica ogni assenza. Con il versetto 3,1 il Cantico dei Cantici ci trascina dentro un’esperienza che chiunque abbia amato conosce: la veglia inquieta di chi desidera e non possiede.
Siamo nel cuore del secondo grande poema del Cantico (2,8–3,5), quello che gli studiosi chiamano il «canto della donna amata».1 Dopo la luminosa sequenza primaverile dei versetti precedenti — la voce dell’amato, il balzo della gazzella e l’invito a uscire tra i fiori — il tono cambia bruscamente. La luce si spegne, la primavera cede il passo alla notte e la donna si ritrova sola.
Le ore che si dilatano
| Sul mio letto nelle notti | עַל־מִשְׁכָּבִי֙ בַּלֵּיל֔וֹת |
| ʿal-miškāḇı̂ ballêlôṯ | |
| ho cercato colui che la mia anima ama | בִּקַּ֕שְׁתִּי אֵ֥ת שֶׁאָהֲבָ֖ה נַפְשִׁ֑י |
| biqqaštı̂ ʾēṯ šeʾohᵃḇâ nap̱šı̂ | |
| l’ho cercato ma non l’ho trovato. | בִּקַּשְׁתִּ֖יו וְלֹ֥א מְצָאתִֽיו׃ |
| biqqaštı̂w wᵉlōʾ mᵉṣāʾṯı̂w: |
L’ebraico usa un plurale al singolare: non «nella notte», ma «nelle notti».2 Si tratta di un plurale di composizione che indica le diverse ore notturne, le veglie che scandiscono un’unica notte interminabile.3 L’effetto psicologico è potente e, come ha osservato Ravasi, non si tratta del rimando a una serie di notti, ma della descrizione di una notte vissuta nella tensione, in cui le ore si allargano paurosamente fino a diventare un tempo senza misura.4
Il letto – in ebraico miškāḇ – è il luogo dove si dorme, dove si sogna e dove si ama.5 Tutti questi significati vibrano insieme nel versetto. La donna è coricata, ma non riposa. Il letto che dovrebbe essere spazio di intimità si trasforma in teatro di assenza: ciò che manca si sente con più forza proprio là dove la presenza è più attesa.
Cercare senza trovare
Due verbi dominano il versetto e l’intero poema: «cercare» (ḇāqaš) e «trovare (māṣāʾ)».6
La donna cerca ma non trova. Cerca ancora e ancora non trova. La ripetizione7 crea un ritmo quasi ossessivo, un’accelerazione che si arresta ogni volta contro il muro amaro del «non l’ho trovato».
C’è qualcosa di fondamentale in questa dialettica. Cercare non significa semplicemente constatare un’assenza: significa percepire quella assenza come una perdita, avvertire che qualcuno dovrebbe essere qui e non c’è. L’essere umano è essenzialmente un essere che cerca e la ricerca dell’amore è, in fondo, un’apertura verso la trascendenza.8
Il poema segue uno schema narrativo preciso: assenza e desiderio conducono alla ricerca, la ricerca alla scoperta e la scoperta all’intimità e alla gioia.9 È un movimento che si ripeterà nel Cantico – in modo diverso e più drammatico in 5,2-8 – e che rappresenta la dinamica stessa dell’amore: non possesso statico, ma tensione viva tra separazione e incontro.
L’amore dell’anima mia
L’amato non viene chiamato per nome. La donna lo designa con un’espressione insieme tenera e totale: «colui che la mia anima ama». La stessa formula era già comparsa in 1,7, in un contesto simile di ricerca e desiderio.10 La scelta non è casuale: l’amato non è definito per quello che è, ma per quello che suscita.
Il termine nepeš, che traduciamo con «anima», nell’Antico Testamento non indica una parte immateriale dell’essere umano contrapposta al corpo, ma la persona nella sua interezza: il centro profondo da cui nascono i desideri, le emozioni e le decisioni.11 Dire «colui che la mia anima ama» è dunque molto più che dire «colui che io amo». È affermare che quell’amore ha preso possesso di ogni fibra dell’essere. La donna ama con tutto ciò che è e proprio per questo cerca con tutta la forza che ha.
Sogno, realtà o poesia?
Si tratta di una scena reale o di un sogno? Gli interpreti se lo chiedono da secoli. Delitzsch preferiva l’ipotesi onirica per salvaguardare la modestia della fanciulla. Ginsburg immaginava invece che l’amato non si fosse presentato all’appuntamento notturno.12 Berlin ha suggerito che possa trattarsi di un sogno ricorrente.13
Longman offre forse la risposta più saggia: poiché siamo davanti a poesia e non alla cronaca di un evento, la questione diventa meno urgente.14 Il Cantico non racconta fatti ma illumina esperienze. Che sia sogno o veglia, ciò che conta è la verità emotiva del testo: la donna desidera e il suo desiderio è così forte da metterla in cammino.
Oltre il letto vuoto
Nella tradizione biblica, il verbo «cercare» possiede anche una risonanza teologica. Nei Salmi indica spesso la ricerca di Dio nel culto (cfr. Sal 27,4) e il profeta Osea utilizza gli stessi verbi per descrivere il cammino della sposa infedele (cfr. Os 2,9).15
Non si tratta di proiettare un significato allegorico sul testo: la donna cerca il suo amore, non Dio. Eppure, dietro ogni autentica ricerca d’amore traspare qualcosa di più grande. Non per nulla Agostino scrisse parole che sembrano l’eco lontana di questa notte insonne: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».16
La donna non si rassegna al letto vuoto ma si alzerà, uscirà per le strade e le piazze della città, interrogherà le guardie. La ricerca è appena cominciata. Ma già in questo primo versetto vibra tutto il dramma e tutta la bellezza dell’amore: un cuore che non si arrende, un desiderio che non accetta il buio come risposta definitiva e un’anima che continua a cercare anche quando non trova.
- Per il contesto letterario della sezione 2,8–3,5 e la sua struttura, si rimanda all’articolo introduttivo di questa serie: «Ct 2,8–3,5 – La voce che risveglia». ↩
- La LXX aggiunge un rigo poetico: «l’ho chiamato ma non mi ha risposto» (ἐκάλεσα αὐτόν, καὶ οὐχ ὑπήκουσέν μου), frase che proviene da Ct 5,6. ↩
- Cf. Joüon-Muraoka, A Grammar, § 136b. Mitchell concorda, notando che in Ct 3,8 la stessa forma si riferisce a periodi di tempo in un’unica occasione. Cf. Mitchell, The Song, 740-741. ↩
- Cf. Ravasi, Il Cantico, 287-288. ↩
- Il termine miškāb ricorre nella Bibbia ebraica in contesti di riposo (2Sam 4,7; 11,13), di intimità sessuale (Gen 49,4; Ez 23,17) e di riflessione interiore (Sal 4,5; 36,5; Qo 10,20). Compare solo qui nel Cantico. Cf. Berlin, Song, 83. ↩
- Il verbo biqqēš (Piel di bāqaš) compare in Ct 3,1 (due volte), 3,2 (due volte), 5,6 e 6,1. Il verbo māṣāʾ ricorre in 3,1.2.3.4; 5,6.7.8 e 8,1.10. Cf. Mitchell, Song, 741-742. ↩
- Il verbo «cercare» compare ben quattro volte nei primi versetti. ↩
- Cf. Barbiero, Cantico, 123. L’autore richiama anche il parallelo con Gen 2,20, dove l’uomo «non trovò un aiuto che gli corrispondesse». ↩
- Cf. Longman III, Song [Epub], ad loco. ↩
- L’espressione šeʾăhăbâ napšî compare quattro volte in Ct 3,1-4, oltre che in 1,7. Cf. Barbiero, Cantico, 123. ↩
- Il termine nepeš indica il centro delle emozioni e dei desideri (cfr. BDB, s.v. נֶפֶשׁ, 6). Non si riferisce a una parte immateriale dell’essere umano ma alla persona intera. Cf. Longman, Song [Epub], ad loco. ↩
- Queste posizioni sono riassunte in Pope, Song, 415. ↩
- Cf. Berlin, Song, p. 83. ↩
- Cf. Longman, Song [Epub], ad loco. ↩
- Os 2,9: «Inseguirà i suoi amanti ma non li raggiungerà, li cercherà (ḇāqaš) ma non li troverà (māṣāʾ)». Le stesse parole del Cantico, ma applicate alla ricerca degli «amanti» anziché dell’unico amato. Cf. Barbiero, Cantico, 123. ↩
- Agostino, Confessioni, 1,1.1. ↩