Dôdî lî waʾᵃnî lô: quattro parole in ebraico, senza verbo, che l’italiano traduce con «Il mio diletto è mio e io sono sua». Non un giuramento né una formula legale, ma una frase nominale, come se l’appartenenza fosse troppo ovvia per avere bisogno di un predicato. La donna del Cantico ha ascoltato l’invito dell’amato a uscire nella primavera e ha vegliato contro le volpi che minacciano le vigne; ora risponde. Il Cantico riprenderà queste stesse parole altre due volte, ogni volta con un accento diverso.
Una dichiarazione che fa eco
Il versetto 2,16 si colloca alla fine di un percorso iniziato al v. 8, quando l’amato arrivava come una gazzella sui monti.1 Anche la grammatica del testo riflette la reciprocità d’amore: infatti, nel v. 16 l’espressione «mio diletto» (dôdî) precede il verbo («Il mio diletto è mio»), mentre nel v. 17 lo segue («Torna … mio diletto»). Si tratta di un chiasmo, ovvero di un gioco di specchi in cui le parole si dispongono a X, riflettendo a livello formale ciò che il contenuto proclama: nella relazione d’amore tutto si scambia e tutto si rispecchia, poiché l’uno diventa riflesso dell’altro.2
Quattro parole come un sospiro
Quando si legge il versetto in ebraico, colpisce l’estrema brevità:
| Il mio diletto [è] per me e io per lui; | דּוֹדִי לִי וַאֲנִי לוֹ |
| Dôdî lî waʾᵃnî lô | |
| egli pascola fra i gigli. | הָרֹעֶה בַּשּׁוֹשַׁנִּים |
| hārōʿê baššôšannı̂m: |
Dôdî lî waʾᵃnî lô.3 I suoni si rincorrono, si intrecciano e si rispondono: il lî («a me») richiama il lô («a lui»), mentre l’ʾᵃnî («io») è circondato dal dôdî («mio diletto») all’inizio e dal lô alla fine. L’io della donna è avvolto dal “lui“ che ama: non schiacciato ma custodito. La donna del Cantico non è una figura passiva né un mero oggetto del desiderio maschile, bensì il soggetto del proprio amore, capace di affermare “io voglio“ e “io scelgo“ senza chiedere permesso.4 Tanto che l’identità non si perde nell’amore: si ritrova. Il ritmo riflette tutto questo: «il mio diletto è per me» (andata) e «io sono per lui» (ritorno), come un respiro vivo!
Qui si manifesta una mutua appartenenza priva di squilibri. Non è lui che possiede lei né lei che possiede lui, ma entrambi condividono una reciprocità totale ed esclusiva.
Affermando per prima «il mio diletto è per me», la donna prende l’iniziativa e dichiara il legame, per poi aggiungere subito «e io sono per lui». L’appartenenza è così a doppio senso: io ti appartengo nella misura in cui tu mi appartieni. Non esistono un prima e un dopo, né una causa e un effetto, ma solo simultaneità e scambio continuo.
Le parole richiamano la prima dichiarazione d’amore della Bibbia, quando Adamo, vedendo Eva, afferma: «Questa è carne della mia carne e osso dalle mie ossa» (Gen 2,23), riconoscendo gioiosamente nell’altra il completamento della propria identità. Riprendendo quella scena primordiale, il Cantico fa sì che non sia più soltanto l’uomo a parlare, ma anche la donna a rispondere dicendo “anch’io“.5 Il Cantico non traduce l’amore umano in simbolo dell’amore divino, come se il primo fosse solo un’immagine del secondo. Piuttosto, nell’amore umano autentico intravede una dimensione trascendente, un riflesso dell’Eterno.6
Tre volte la stessa dichiarazione, mai identica
La formula di mutua appartenenza risuona tre volte nel Cantico, ogni volta con un accento diverso. In 2,16 la donna parla per prima: «Il mio diletto è per me e io sono per lui». Equilibrio esatto, simultaneità dichiarata. In 6,3, dopo una notte di ricerca e ritrovamento, l’ordine si inverte: «Io sono del mio diletto e il mio diletto è mio». Il dono di sé viene prima. In 7,11 [10] la seconda parte scompare: «Io sono del mio diletto e verso di me si volge il suo desiderio». Non si rivendica più nulla: basta sapere di essere desiderata.
C’è da notare che per esprimere il desiderio è qui impiegato un termine ebraico molto raro, tᵉšûqâ. Esso compare solo tre volte nella Bibbia: in Gen 3,16 («Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ed egli ti dominerà»), in Gen 4,7 («Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo desiderio, ma tu devi dominarlo») e in Ct 7,11 [10]. Nei primi due casi il desiderio è associato al dominio e alla frattura introdotta dal peccato; nel Cantico la parola ritrova la sua purezza: non più un desiderio che vuole possedere, ma una tensione amorosa che si dona. La progressione non è una scala da percorrere, descrive semmai come l’amore si trasformi quando è autentico.
Il pascolo dell’amore
Alla proclamazione della mutua appartenenza si aggiunge una frase enigmatica: «pascolante fra i gigli» (hārōʿeh baššōšannîm). Chi pascola e che cosa?
Al v. 2,1 la donna si è già presentata come «un giglio delle valli»: i gigli sono lei. Quando l’amato «pascola tra i gigli», è presso di lei, dedito al loro amore.7
Altri passi confermano questo simbolismo: in 4,5 i seni della donna sono «cerbiatti che pascolano tra i gigli», mentre in 6,2 l’amato «scende nel suo giardino per pascolare e cogliere gigli». I gigli sono quindi il simbolo dell’intimità erotica, nonché del luogo in cui l’amore si consuma e si rinnova.
«Pascolante fra i gigli» è l’amato che si pasce della bellezza dell’amata, che trova in lei nutrimento e gioia: presenza fedele, non obbligo. Il pascolo tra i fiori non è fatica. L’amato sceglie di essere lì, e si abbandona alla loro intimità.8
Dove l’amore trova dimora
Non servono giuramenti né contratti; basta questo: lui è per me e io sono per lui. E lui è lì, tra i gigli, dove io sono, non altrove, non distratto né diviso. L’appartenenza reciproca non è una prigione: le porte restano aperte. L’io e il tu diventano un noi, ma non si dissolvono l’uno nell’altro; il Cantico lo mostra già nella grammatica, dove i pronomi rimangono distinti anche nella formula di mutua appartenenza.
Forse per questo la formula torna tre volte, con sfumature diverse: l’amore non si dice una volta per tutte, ma si trasforma mentre si dice.
- L’intera sezione Ct 2,8-17 è costruita con un’architettura tripartita, che accompagna il lettore dall’attesa fino all’unione. Nella prima strofa (vv. 8-9), la donna vede arrivare l’amato: egli è fuori, dietro la parete, e si affaccia alle finestre mentre spia dalle grate. Qui c’è movimento, vi è ancora una distanza da colmare e il desiderio si fa corpo in quella corsa sui monti. Nella seconda strofa (vv. 10-15), l’amato prende la parola e invita la donna a uscire con lui: è primavera, l’inverno è passato e la terra fiorisce mentre le tortore cantano. Tutto indica che è il tempo dell’amore; però, subito dopo, si inserisce l’enigmatica immagine delle volpi che devastano le vigne: non tutto è idillio, poiché l’amore deve essere custodito dalle minacce che potrebbero spezzarlo. Nella terza strofa (vv. 16-17), la donna risponde con la proclamazione di mutua appartenenza e con l’invito all’amato a tornare come una gazzella. L’immagine della gazzella crea così un’inclusione perfetta: apre al v. 8 e chiude al v. 17, mentre nel mezzo si distende il canto dell’amore che chiama, risponde e si dona. ↩
- Il chiasmo (dal greco χιασμός, disposizione a forma di X) è una figura retorica in cui gli elementi paralleli si dispongono in ordine inverso: A-B / B-A. Nei vv. 16-17, il termine dôdî (“mio diletto“) cambia posizione rispetto al predicato, creando così una simmetria invertita che rispecchia la reciprocità dell’amore. Per quanto riguarda la struttura di Ct 2,8-17, gli studiosi non sono unanimi: infatti, Adele Berlin considera i vv. 16-17 come un’unità indipendente, poiché l’espressione “pascolante tra i gigli“, seguita da “finché spiri il giorno“, ricorre anche in 4,5-6; tuttavia, la maggioranza degli esegeti (Barbiero ed Exum) riconosce la coerenza tematica dell’intero pannello. Cfr. G. Barbiero, Cantico, 115-118; A. Berlin, Song, 78. ↩
- In ebraico, il verbo “essere“ si sottintende nelle frasi nominali: l’appartenenza, infatti, è così immediata che non ha bisogno di mediazioni verbali. Si dice e basta, come si respira. ↩
- Il pronome personale ʾᵃnî (“io“) compare quattordici volte nel Cantico dei Cantici (1,5.6; 2,1.5.16; 5,2.5.8; 6,3; 7,11; 8,10.12), ed è sempre sulla bocca della donna. È il segno di una soggettività femminile forte e consapevole, che non teme di affermare il proprio desiderio e la propria identità. ↩
- In Gen 2,23 l’uomo era solo, incompiuto e diviso. Quando incontra la donna trova l’aiuto che gli sta di fronte (Gen 2,18). Il Cantico riporta l’amore a quel tempo precedente la frattura, quando l’uomo e la donna erano uno, senza però perdere la propria alterità. Prima che il peccato introducesse la logica del dominio («Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ed egli ti dominerà», Gen 3,16), esisteva la logica del dono reciproco e dell’appartenenza liberamente scelta. «Il mio diletto è mio e io sono sua» non rappresenta un possesso egoistico né una cattura dell’altro: è invece il riconoscimento gioioso dell’altro come dono, come grazia e come completamento. Questa formula richiama anche il linguaggio profetico dell’alleanza: «Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Dt 26,17-18; Ger 7,23; Ez 37,27). ↩
- Cf. Barbiero, Cantico, 116. ↩
- Il verbo ebraico rāʿâ ha due significati: transitivo (“pascolare un gregge“, far pascolare) e intransitivo (“pascersi di“, cibarsi, brucare). Il participio hārōʿeh può essere letto in entrambi i modi. Le antiche versioni hanno scelto strade diverse: la Settanta greca ha optato per il senso transitivo (ὁ ποιμαίνων = «colui che pascola [il gregge] tra i gigli»), vedendovi l’immagine del pastore; la Vulgata latina ha preferito il senso intransitivo (pascitur = «colui che si pasce tra i gigli»), vedendovi un’allusione erotica. L’ambiguità non è un difetto ma una ricchezza: apre la possibilità di sensi diversi, tutti veri insieme. L’amato è insieme pastore (dedizione fedele) e amante (intimità gioiosa). Cf. Pope, Song, 719; G. Ravasi, Il Cantico, 267. ↩
- Il giglio palestinese (šōšan, probabilmente il giglio rosso o il tulipano selvatico) era simbolo di bellezza e fertilità. Nell’iconografia egizia il fiore di loto compare frequentemente in contesti erotici e nuziali. La gazzella che bruca fiori di loto è simbolo di vita che trionfa sulla morte, di amore che genera. Alcuni studiosi (P. Haupt) hanno voluto vedere nei “gigli“ un riferimento anatomico esplicito, ma Ravasi, Il cantico, 266, respinge questa lettura come tentativo di «esplicitare ciò che era solo evocato». Il Cantico mantiene sempre un linguaggio poetico e allusivo, mai volgare. Il «pascersi di gigli» è metafora delicata del godimento amoroso e di quell’esperienza di sazietà e pienezza che solo l’amore vero può dare. Cf. anche Barbiero, Cantico, 117-118.