Contro il terrore delle notti

Ct 3,8

Il corteo avanza. La lettiga di Salomone sale dal deserto tra le colonne di profumo, mentre sessanta guerrieri le marciano attorno. Il versetto precedente li ha presentati come «i più prodi di Israele» (Ct 3,7): non si tratta di una scorta qualunque. Ora, al v. 8, il testo aggiunge il dettaglio che cambia il senso di tutta la scena.

Tutti sono portatori di spada, כֻּלָּם אֲחֻזֵי חֶרֶב
kullom ʾᵃḥuzê ḥereḇ  
struiti nella guerra, מְלֻמְּדֵי מִלְחָמָה
mᵉlummᵉḏê milḥāmâ  
ciascuno con la sua spada al proprio fianco, אִישׁ חַרְבּוֹ עַל־יְרֵכוֹ
ʾı̂š ḥarbô ʿal-yᵉrēḵô  
contro il terrore delle notti מִפַּחַד בַּלֵּילּוֹת׃ ס
mippaḥaḏ ballêllôṯ: s  

Armati e istruiti

Il primo distico descrive una doppia competenza: i guerrieri non portano solo la spada, ma sanno usarla.1 La spada al fianco, pronta, è il segno di una prontezza che non ammette dilazioni. Non c’è gesto decorativo in questo dettaglio: chi ha la spada alla coscia può sguainarla in un istante.

Il verbo usato per descrivere i guerrieri che «portano» la spada è lo stesso con cui, pochi versetti prima, la donna stringeva il suo amato ritrovato: «l’ho stretto e non lo lascerò» (Ct 3,4).2 Due prese diverse per natura, simili nell’intensità: una è la stretta dell’amore, l’altra quella dell’arma. Il Cantico accosta questi due gesti senza spiegarli, e l’accostamento dice qualcosa.

Il terrore che non si nomina

La proposizione conclusiva è la più densa: mippaḥad ballêlôt, «contro il terrore delle notti». Il plurale ballêlôt era già comparso in 3,1, dove indicava le ore di una notte insonne che si dilatano fino a diventare un tempo senza misura. Qui il senso è analogo: le notti del corteo nuziale, con tutto ciò che la notte porta con sé.3

Ma è il termine paḥad, tradotto con «terrore», a meritare attenzione. Non è la parola ordinaria per «paura»: ha una valenza numinosa, quasi sacrale. Quando la Genesi chiama YHWH «il terrore di Isacco» (Gen 31,42.53), usa questo stesso sostantivo.4 Il «terrore delle notti» non si riduce dunque alle insidie dei briganti o dei sentieri pericolosi, benché questi pericoli siano reali (la strada che scende dal deserto verso Gerusalemme era la stessa percorsa dal malcapitato della parabola del Buon Samaritano, cf. Lc 10,30). C’è qualcosa di più difficile da nominare, qualcosa che si annida nella notte nuziale e che le civiltà del Vicino Oriente antico conoscevano bene.5

Il libro di Tobia ne porta traccia: il demonio Asmodeo aveva ucciso sette mariti di Sara prima che potessero consumare il matrimonio (Tb 3,8; 6,14). Dietro questa storia si intravede una credenza diffusa: che la prima notte di nozze fosse un momento di particolare vulnerabilità, in cui forze ostili cercavano di colpire la coppia. Il Salmo 91 risponde a questa stessa paura con la fiducia in YHWH: «Non temerai il terrore della notte» (Sal 91,5); le parole sono quasi identiche a quelle del Cantico.6

I sessanta guerrieri sono lì anche per questo. Il loro compito non è solo militare, ma apotropaico: tengono lontano ciò che non si può vedere.

Una scorta necessaria

Questo è il secondo momento in cui il Cantico ammette i pericoli dell’amore, dopo le volpi di 2,15.7 È un dato non trascurabile in un libro che celebra quasi sempre il versante luminoso dell’eros. La spada al fianco dei guerrieri non smentisce quel canto: lo completa. L’amore sa di custodire qualcosa di fragile. Ha bisogno di protezione non perché sia debole, ma perché è prezioso.

Forse è per questo che il versetto non descrive la sposa. Lei è al centro del corteo, nella lettiga, ma il testo non la guarda: guarda chi la protegge.


  1. I due participi del versetto presentano aspetti filologici discussi. Il primo, ʾăḥûzê ḥereḇ (lett. «afferrati dalla spada»), ha forma passiva ma senso attivo: «portatori di spada», «esperti nella spada». Il parallelo accadico aḫāzu («imparare») e quello ugaritico ahd ḥrth («abili nell’arare») supportano la resa «esperti». Il secondo, məlummədê milḥāmāh (Pual di lāmad), ha senso autenticamente passivo: «addestrati nella guerra». Cfr. DCH,אחז n.2; DCH לָמַד n. 3.
  2. La radice ʾāḥaz ricorre quattro volte nel Cantico: in 2,15 (catturare le volpi), in 3,4 (la stretta della donna sull’amato), qui al v. 8 (i guerrieri che portano la spada) e in 7,9. Cfr. Hess, Song of Songs, 120.
  3. Per il plurale ballêlôt come «plurale di composizione» che indica le ore di una singola notte, cfr. il commento a Ct 3,1 su questo sito. Mitchell, Song, p. 768, propone la stessa lettura per il v. 8 nel contesto della processione nuziale.
  4. Il sostantivo paḥad indica sia la paura sia l’oggetto che la suscita. Con valore numinoso compare in Gen 31,42.53, 1Sam 11,7, Is 2,10.19.21 e Gb 31,23. Cf. DCH פָּחַד.
  5. La credenza nei demoni che minacciano la coppia nella notte nuziale è documentata in contesti diversi: nel libro di Tobia (Tb 3,7-8; 6,13-15); nel giudaismo rabbinico, che raccomandava la continenza nelle prime notti di matrimonio; in Armenia, dove la coppia era scortata da una guardia armata. Pope, Song, 463.
  6. Sal 91,5: lōʾ-tîrāʾ mippaḥad lāylāh («non temerai il terrore della notte»). La corrispondenza con mippaḥad ballêlôt di Ct 3,8 è rilevata da tutti i commentatori. Per la lettura del Sal 91 come protezione contro le forze notturne, cfr. Ravasi, Il Cantico dei Cantici, 321.
  7. Cfr. Barbiero, Cantico, 139.

 

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