| a. Catturate per noi le volpi | אֶחֱזוּ־לָנוּ שׁוּעָלִים |
| ʾeḥᵉzû-lānû šûʿālı̂m | |
| b. le volpi piccole | שׁוּעָלִים קְטַנִּים |
| šûʿālı̂m qᵉṭannı̂m | |
| c. [quelle] che danneggiano le vigne | מְחַבְּלִים כְּרָמִים |
| mᵉḥabbᵉlı̂m kᵉrāmı̂m | |
| d. le nostre vigne [sono] in fiore. | וּכְרָמֵינוּ סְמָדַר׃ |
| ûḵᵉrāmênû sᵉmāḏar: |
L’amato ha appena finito di parlare: ha dipinto la primavera che irrompe e ha invitato l’amata ad alzarsi e a venire via con lui. Ha descritto la colomba nascosta, ha chiesto di vedere il suo volto e di udire la sua voce. Tuttavia, improvvisamente il tono cambia: una voce irrompe con un imperativo urgente, dicendo: «Catturate per noi le volpi!». Non si tratta più di un invito dolce, bensì di un appello pressante. Chi parla, e perché proprio ora, nel mezzo dell’idillio primaverile, si fa riferimento alle volpi che devastano le vigne?
Il versetto 15 rappresenta uno degli enigmi più affascinanti del Cantico.
L’enigma dei plurali
La donna risponde. Dopo che l’amato le ha chiesto di farsi sentire (v. 14), lei prende la parola. Ma lo fa in un modo strano: usa il plurale. «Catturate per noi» (lānû). «Le nostre vigne» (kᵉrāmênû). Non dice “per me“ né “la mia vigna“, ma coinvolge qualcun altro nel discorso.
L’imperativo è rivolto a destinatari indefiniti, come spesso accade nel Cantico quando la forma plurale indica un’azione generica: qualcuno deve catturare le volpi, non importa chi. Ma il “noi“ e il “nostre“ sono più intriganti. Forse la donna parla a nome di sé stessa e dell’amato, uniti nel desiderio di proteggere il loro amore nascente. Oppure si fa portavoce delle donne in generale, esprimendo una saggezza condivisa su ciò che minaccia le relazioni quando sono ancora fragili, appena sbocciate.
Il versetto costruisce anche un effetto di ripetizione (una tecnica chiamata anadiplosi)1: «volpi… volpi» e poi «vigne… vigne». La ripetizione crea un ritmo martellante, un’urgenza. Nell’ebraico, cinque parole su nove terminano con –îm (šûʿālîm šûʿālîm qᵉṭannîm mᵉḥabbᵉlîm kᵉrāmîm), come un saltellare rapido che mima il movimento furtivo delle volpi tra i filari.
L’effetto è quello di una scena improvvisa che interrompe la calma: qualcosa si muove nelle vigne e bisogna agire, subito.
Piccole volpi, vigne nostre
Le volpi2 che devastano i vigneti non sono un’invenzione del Cantico, bensì un motivo ben noto anche nella letteratura greca antica: Teocrito ne parla negli Idilli e Esopo dedica alla volpe e all’uva una celebre favola.3 In Palestina, durante la maturazione dell’uva, si organizzavano turni di guardia notturni proprio per tenere lontani questi animali, noti per essere sia golosi che astuti.4
Ma qui le volpi sono «piccole» (qᵉṭannîm), e il diminutivo non è privo di significato: ridimensiona la minaccia e le rende quasi simpatiche. Non sono belve terribili, bensì cuccioli irrequieti che saltellano tra le viti, causando danni più per gioco che per malvagità. Questa caratterizzazione alleggerisce il tono: non siamo di fronte a un pericolo mortale, ma a un disturbo giocoso nell’idillio primaverile.
Cosa simboleggiano queste “volpicine”? Gli interpreti si dividono: alcuni vedono in esse i pretendenti indesiderati, cioè i rivali che cercano di conquistare la donna, mentre altri pensano a ostacoli generici che minacciano l’amore nascente, come dubbi o incomprensioni ancora irrisolte. Vi sono inoltre studiosi che propongono una lettura più audace e giocosa; secondo questa interpretazione, non sarebbe la donna del Cantico a parlare da sola, bensì un gruppo di giovani donne che si rivolgono a un pubblico imprecisato, e il loro appello non sarebbe contro le volpi, bensì per accoglierle.5 Il versetto sarebbe un invito erotico velato, una richiesta discreta formulata in codice metaforico.
Le «nostre vigne»? Si tratta delle vigne di cui si è appena parlato al versetto 13, quelle che hanno diffuso il loro profumo primaverile. Tuttavia, la vigna nel Cantico rappresenta anche il corpo della donna (1,6), ossia il luogo dell’intimità amorosa. Il plurale «nostre» suggerisce che qui non si parli solo di lei, ma di entrambi: i corpi dei due amanti sono vigne da custodire, luoghi che si possono perdere per distrazione. Esse sono «in fiore» (sᵉmādar): nel momento più delicato, quando basta poco perché si rovini il raccolto futuro. 6
Catturare per noi
Il verbo ebraico ʾāḥaz significa «afferrare, prendere, catturare». Nel Cantico appare in altri passi con una sfumatura positiva: in 3,4 la donna «afferra» il suo amato e non lo lascia andare finché non lo porta alla casa di sua madre; in 7,9 l’uomo dice «afferrerò i suoi rami» parlando della donna come di una palma. Qui dunque «catturare» si carica di ambiguità: si tratta di neutralizzare una minaccia o di afferrare ciò che si desidera trattenere?7
Due letture sono possibili. Secondo la prima, catturare le volpi significa neutralizzare le minacce e tenere lontani gli ostacoli che potrebbero danneggiare l’amore. La donna risponderebbe così indirettamente alla lamentela dell’amato, poiché lui si è appena detto escluso e incapace di raggiungerla nei suoi nascondigli inaccessibili (v. 14); lei ribatte che questa inaccessibilità non è assoluta. Si tratta di una protezione necessaria, di un confine da mantenere per custodire ciò che è prezioso.
La seconda lettura ribalta il senso. Catturare, per noi, potrebbe significare afferrare a nostro vantaggio ciò che desideriamo. La preposizione ebraica lānû esprime beneficio: fate questa cattura per il nostro bene e per il nostro piacere. Il tono si fa leggero, quasi complice, e le volpi non sarebbero minacce da allontanare, ma presenze da accogliere, giovani che irrompono con la loro vitalità nelle vigne in fiore. L’appello diventerebbe così un invito giocoso, una richiesta cifrata che trasforma il pericolo in desiderio.8
Il testo lascia aperte entrambe le possibilità. Oscilla tra protezione e desiderio, senza sciogliere la tensione. Forse è questa la sua funzione: non risolvere, ma tenere insieme ciò che l’amore porta con sé, il confine e il varco.
Da “nostre“ a “mio e suo“
Il versetto che segue immediatamente chiarisce il perché di questa scena: «Il mio amato è mio e io sono sua» (2,16). Quella formula di appartenenza reciproca, così netta e definitiva, non emerge dal nulla. Il versetto 15 la prepara e la rende possibile, collocandosi tra il lamento dell’amato (v. 14) e la sua dichiarazione d’amore (v. 16): non risolve, ma connette. È il momento in cui dalla distanza si comincia a costruire qualcosa di condiviso. Dal plurale delle «nostre vigne» si passa al singolare esclusivo: «mio amato», «sua».
C’è un movimento in atto, una minaccia o forse una seduzione, qualcosa che richiede una risposta comune. Le volpi vanno catturate e questa cattura avviene insieme, cioè «per noi». L’appartenenza reciproca non cade dal cielo: si costruisce attraverso gesti concreti, come decidere insieme cosa tenere fuori. Le vigne sono «nostre» prima ancora che ciascuno possa dire «mio». La parola definitiva di 2,16 è resa possibile da questa cattura condivisa, ancora ʾāḥaz, che precede ogni proclama d’amore.
- L’anadiplosi è un raffinato espediente retorico che consiste nel riprendere una parola alla fine di un verso e rilanciarla all’inizio di quello successivo, creando così un movimento a spirale: la parola ritorna, insiste e non si lascia sfuggire. Cf. Marchese, A., Dizionario di retorica e stilistica. Arte e artificio nell’uso delle parole, retorica, stilistica, metrica, teoria della letteratura, Mondadori, Milano 1985, 19 ↩
- La LXX rende il termine ebraico šûʿālîm «volpi» con il vocabolo ἀλώπηξ, che al plurale può indicare anche i muscoli lombari o delle anche. Questo per Garbini, Cantico, 2025 allude al desiderio della donna di avere una relazione sessuale, ma l’interpretazione è molto controversa e priva di riscontri nel contesto. ↩
- Teocrito, Idilli V, 112-113: «Odio le volpi dalla folta coda che verso sera s’insinuano nella vigna di Micone per piluccare l’uva». Anche l’Idillio I, 48-50 menziona le volpi che «vanno tra i filari e saccheggiano l’uva matura». ↩
- La presenza di volpi nei vigneti palestinesi è attestata da testimonianze antiche e moderne. Il motivo biblico più vicino è forse Lam 5,18 («Il monte Sion è desolato; le volpi vi scorrazzano») e Ne 3,35 («Se una volpe vi salta su, farà crollare il loro muro di pietra»), ma lì le volpi sono associate a rovine e distruzione, non specificamente a vigneti. ↩
- Questa interpretazione, proposta da Berlin, Song, 76 e parzialmente condivisa da altri, attribuisce le parole a un gruppo di giovani donne: «Procurateci dei giovani uomini (le “volpi“) che vengano a “devastare“ le nostre vigne in fiore». Il doppio senso sarebbe possibile grazie alla polisemia del verbo «devastare» (che in contesto erotico può indicare l’atto amoroso). Questa lettura ha il merito di spiegare meglio i plurali e di mantenere il tono celebrativo dell’amore che caratterizza tutto il Cantico. ↩
- Il termine sᵉmādar ricorre nella Bibbia soltanto tre volte, tutte nel Cantico: qui, in 2,13 e in 7,13. Il suo significato preciso oscilla tra “fioritura della vite“ e “primissime bacche verdi“ (cfr. nota a 2,13 per i dettagli filologici). La vigna, come simbolo nel Cantico, presenta una ricca stratificazione: in 1,6 la donna parla della “mia vigna“ che non ha custodito, mentre in 8,11-12 compare la vigna di Salomone, contrapposta alla vigna della donna. Il plurale «nostre vigne» di questo versetto richiama altri plurali inclusivi che esprimono la condivisione nella coppia, come «il nostro giaciglio» (1,16), «la nostra casa» (1,17) e «la nostra terra» (2,12). ↩
- Il verbo ʾāḥaz presenta una gamma semantica ampia, poiché può indicare sia la cattura ostile, come in Gdc 1,6 («catturarono Adoni-Bezek»), sia la presa affettuosa o il sostegno, come in Is 41,9 («ti ho preso e ti ho detto: tu sei mio servo»). Nel Cantico il verbo ricorre cinque volte, sempre con una valenza relazionale positiva o neutra: oltre ai passi citati nel testo (3,4 e 7,9), compare anche in 3,8, dove si riferisce ai guerrieri che «afferrano la spada» per proteggere il letto di Salomone. La radice verbale suggerisce una presa ferma e decisa, ma è il contesto che determina se si tratta di conquista, difesa, possesso o abbraccio. L’ambiguità di 2,15 gioca proprio su questa polisemia. ↩
- Ecco una carrellata delle principali interpretazioni: Exum, Song, 130 legge il versetto come espressione del desiderio femminile di «catturare un uomo tutto per sé», in un contesto sociale dove gli uomini hanno maggiore libertà di movimento e le donne devono “acchiappare“ (catch) il loro partner. Barbiero, Cantico, 114 vede un’ombra leggera che attraversa l’idillio: le volpi sono un disturbo reale ma non drammatico, che però prepara l’affermazione di appartenenza esclusiva del v. 16. Longman, Song, preferisce una lettura generica di «ostacoli alla relazione» senza identificazioni troppo specifiche. Berlin, Song, 76-77 propone la lettura erotica più audace: un invito giocoso di giovani donne a procurarsi degli amanti. Standaert, Cantico, 103-104, nella tradizione spirituale, legge le volpi come tentazioni e pensieri distruttivi che minacciano la vita interiore, richiamando la nepsis (vigilanza) dei padri del deserto. ↩