C’è un momento preciso in cui l’inverno cessa davvero. Non è una questione di calendario ma di sensazioni: un giorno si esce di casa e l’aria ha un sapore diverso, il cielo sembra più alto, la luce più chiara. È finito il tempo del riparo e della reclusione forzata tra quattro mura. Si può finalmente tornare a vivere all’aperto. L’amato del Cantico coglie esattamente questo momento di svolta quando dice all’amata:
| a. Perché ecco l’inverno è passato | כִּי־הִנֵּה הַסְּתָו עָבָר |
| kı̂-hinnē̂ hassᵉṯow ʿāḇor | |
| b. e la pioggia è cessata, se n’è andata. | הַגֶּשֶׁם חָלַף הָלַךְ לוֹ׃ |
| haggešem ḥālap̱ hālaḵ lô: |
La motivazione dell’invito a uscire, lanciato nel versetto precedente, è tutta qui: la stagione oscura è finita.
La stagione dell’attesa
In Palestina l’inverno non è la stagione romantica che conosciamo noi: non è il freddo asciutto che invita a scaldarsi accanto al fuoco, né la neve delle cartoline natalizie. È la stagione della pioggia torrenziale, quella che trasforma i sentieri in torrenti di fango, che rende impraticabili le strade e che costringe a rimanere chiusi in casa per giorni. Il clima mediterraneo orientale conosce solo due stagioni: l’estate secca e calda, e l’inverno piovoso che dura diversi mesi. Per chi vive in quella terra, la casa non è il luogo dove si svolge la vita ma il rifugio a cui si ricorre quando il tempo esterno diventa impraticabile. Vivere significa stare all’aperto, nei campi, nelle piazze e sotto gli alberi.
La parola ebraica per «inverno» è un hapax legomenon, un termine che compare una sola volta nella Bibbia: śĕṯāw.1 Ha radici aramaiche ed è imparentato con l’arabo palestinese šitāʾ, che indica tanto l’inverno quanto la pioggia, in una sovrapposizione semantica che dice molto sul clima della regione. La seconda parte del versetto riprende il concetto con il termine gešem, la pioggia pesante e torrenziale, la stessa che cadde per quaranta giorni nel diluvio (Gen 7,12) e la stessa che Elia vide arrivare come una piccola nube (1Re 18,41.45).
L’immagine evoca il contrario esatto della visione del Qòelet, che rappresenta la vecchiaia come l’eterna stagione dell’inverno, quando «si oscurano sole, luce, luna e stelle e dopo la pioggia tornano ancora le nubi» (Qo 12,2).2 Nel Cantico, invece, l’inverno finisce davvero e non ritorna. L’amore ha il potere di invertire il ciclo naturale del decadimento.
Uscire
L’impazienza dell’amato si riflette nella costruzione stessa della frase ebraica. Due verbi uno dopo l’altro, senza congiunzione, con suoni che si rincorrono: ḥālap̄, “è passato“, e hālaḵ lô, “se n’è andato per sé“. Il secondo verbo è seguito dal pronome riflessivo, come per dire: “è andato via per conto suo, non serve più cacciarlo”.3 L’assonanza tra i due verbi (ḥālap̄ e hālaḵ) e l’assenza di congiunzione tra loro creano un effetto di urgenza, quasi un respiro affannoso di chi non vede l’ora di comunicare la notizia.
È interessante notare che l’amato usa la stessa locuzione verbale – hālaḵ lô – che aveva usato per invitare l’amata a uscire: «Vieni via» (lēkî lāk), le dice al versetto 10 e la ripeterà al versetto 13. Allo spazio che l’inverno ha lasciato libero andando via corrisponde lo spazio che la coppia può finalmente occupare uscendo all’aperto. È un gioco di movimenti opposti e complementari: l’oscurità invernale si ritira e la luce primaverile dell’amore può finalmente espandersi.
Alcuni commentatori hanno proposto di eliminare uno dei due verbi per ragioni metriche o perché ritenuto una ripetizione inutile.4 Ma questo significa non cogliere la funzione espressiva della ridondanza. L’amato non sta compilando un bollettino meteorologico, sta comunicando la sua gioia e la sua impazienza. Vuole che l’amata capisca bene: l’inverno non sta semplicemente finendo, è completamente passato, cessato, andato via. Non c’è più alcuna ragione per rimanere chiusi.
L’invito a vedere
In apertura del versetto ci sono due brevi parole ebraiche che insieme creano un effetto potente: kî hinnēh, «perché ecco». La prima (kî) fornisce la motivazione logica dell’invito a uscire; la seconda (hinnēh) è un’esclamazione che dirige lo sguardo, che dice: «Guarda! Vedi con i tuoi occhi!». L’uomo non si limita a dare un ordine o a fornire un’informazione, ma invita la donna a constatare personalmente il cambiamento. Non le dice “fidati di me, è finito l’inverno“, ma “vieni a vedere tu stessa che è finito“.
È la pedagogia dell’amore autentico, che non impone ma propone, che non costringe ma invita alla scoperta condivisa. Lui potrebbe semplicemente trascinarla fuori, approfittando della sua autorità o della sua forza. Invece preferisce renderla partecipe della gioia della constatazione. Vuole che anche lei veda il cielo sereno, che anche lei senta il sole sulla pelle e così si renda conto che la stagione buia è finita.
Il tempo che ricomincia
L’inverno tornerà, le stagioni si susseguono inesorabilmente. Ma l’amore ha il potere di inaugurare un tempo nuovo, di tracciare una linea tra un prima e un dopo. L’inverno che se ne va non è solo un fatto meteorologico ma il simbolo di ogni oscurità che può essere lasciata alle spalle quando qualcuno ci prende per mano e dice: “Ecco, guarda. Vieni”.
- Il Qere legge śĕṯāyw (con yod) mentre il Ketiv ha śĕṯāw. Il termine è attestato in aramaico e siriaco. Cf. Pope, Song of Songs, 394; Mitchell, The Song of Songs, 709. ↩
- La tradizione palestinese distingue tra la pioggia autunnale (yoreh), quella primaverile (malqosh) e quella invernale torrenziale (gešem). Qo 12,2 usa proprio gešem per descrivere la vecchiaia. Cf. Ravasi, Il Cantico, 249. ↩
- Cf. Mitchell, The Song of Songs, 709; Ravasi, Il Cantico, 249. ↩
- Zapletal ha proposto di eliminare hālaḵ lô come dittografia di ḥālap̄, mentre Meek ha suggerito di eliminare ḥālap̄ per ragioni metriche. Tuttavia, come nota giustamente Cf. Pope, Song of Songs, p. 394, non c’è alcuna ragione testuale per eliminare uno dei due verbi. ↩

