I fiori hanno tappezzato la terra e la voce della tortora risuona nell’aria. Ma oltre i fiori e i canti […]

I fiori hanno tappezzato la terra e la voce della tortora risuona nell’aria. Ma oltre i fiori e i canti si aggiungono altri segni: il fico inizia a maturare i suoi primi frutti e le viti in fiore cospargono la loro fragranza. La stagione nuova ha un sapore e un odore che annunciano non più la promessa soltanto, ma l’inizio del suo compimento.

a. Il fico ha arrossato i suoi frutti acerbi
hattᵉʾēnâ ḥonṭâ p̱aggehā
הַתְּאֵנָה חָנְטָה פַגֶּיהָ
b. e le viti in fiore hanno cosparso il profumo.
wᵉhaggᵉp̱ānı̂m sᵉmāḏar noṯnû rêaḥ
וְהַגְּפָנִים סְמָדַר נָתְנוּ רֵיחַ
c. Sorgi per te, mia diletta, mia bella, va’ per te!
qûmı̂ lāḵ raʿyāṯı̂ yāp̱āṯı̂ ûlᵉḵı̂-lāḵ: s
קוּמִי לָךְ רַעְיָתִי יָפָתִי וּלְכִי־לָךְ

I simboli della terra promessa

Il fico e la vite ricorrono spesso nella Bibbia come coppia. «Abiteranno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico» proclama il profeta Michea descrivendo il tempo messianico di pace (Mic 4,4), e la stessa immagine ricorre per evocare la prosperità del regno di Salomone: «Giuda e Israele abitavano tranquilli, ognuno sotto la propria vite e sotto il proprio fico» (1 Re 5,5). Al contrario, quando i profeti annunciano il giudizio divino, la devastazione di questi alberi segnala la fine della sicurezza e della benedizione (Ger 8,13).1

Nel Cantico, però, il fico e la vite non simboleggiano nulla: il testo li coglie nella loro concretezza stagionale, elementi del paesaggio palestinese all’uscita dall’inverno. Il fico è tradizionalmente l’annunciatore della bella stagione, come ricorda Gesù quando invita i discepoli a leggere i segni del tempo: «Quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina» (Mc 13,28).2

I primi frutti

Il fico «ha fatto arrossare i suoi frutti acerbi»: l’espressione ebraica è tanto concreta quanto rara, quasi unica nel suo genere. Il sostantivo pag («frutto acerbo») compare solo qui in tutta la Bibbia, mentre l’aramaico paggāh e l’arabo fajj indicano un frutto immaturo, verde e ancora acerbo.3 Il verbo ḥānaṭ («far arrossire/maturare»), altrettanto raro, ha suscitato discussioni tra gli interpreti: alcuni lo collegano all’arabo e traducono «arrossare»; altri preferiscono «maturare» o «addolcire.4

Al di là delle precisazioni filologiche, conta il processo che il testo evoca: il frutto cambia colore e le striature rossastre e giallastre che salgono dalla base verso l’alto segnalano che la trasformazione è iniziata. Il fico palestinese produce due tipi di frutti: quelli precoci, che maturano tra febbraio e giugno, e quelli veri e propri, che maturano in agosto. È ai primi che il versetto si riferisce. L’amato non dice «il fico ha frutti maturi», ma «il fico sta arrossando i suoi frutti»: è la stagione dell’impazienza, dei frutti che sono ancora promessa ma già visibili e dell’attesa che si fa speranza concreta. Come l’amore che non è ancora pienezza ma ha già oltrepassato la soglia della semplice aspirazione.

La fragranza invisibile

«Le viti in fiore hanno cosparso il profumo»: dopo il fico che si vede cambiare, ecco la vite che si sente fiorire. Il termine sĕmāḏār ricorre nella Bibbia solo nel Cantico — qui, in 2,15 e in 7,13 — e il suo significato preciso è dibattuto.5 Lasciando da parte le questioni tecniche, il testo gioca su un contrasto evidente: il primo albero sollecita la vista e il secondo l’olfatto. La fioritura della vite è poco appariscente ma intensamente odorosa, un profumo intenso e inconfondibile che riempie l’aria di aprile e annuncia ciò che ancora non si vede.

L’espressione «hanno cosparso il profumo» richiama quella usata in 1,12, dove la donna dice del proprio nardo: «ha cosparso il suo profumo». In altri passi del Cantico, la vigna simboleggia la donna — «La mia vigna, quella mia, ce l’ho davanti», dice lei in 1,6 — e qui una dimensione erotica si intravede sotto il senso letterale. Ma per ora la vite resta vite, il profumo resta quello dei fiori e il paesaggio descrive semplicemente se stesso, senza forzare allegorie che verranno.

L’insistenza dell’invito

«Sorgi per te, mia diletta, mia bella, va’ per te!»: l’appello che aveva aperto il discorso dell’amato nel versetto 10 ritorna identico al versetto 13. L’inclusione è perfetta e la cornice completa. Tra i due imperativi stanno i segni di quanto è accaduto: l’inverno passato, le piogge cessate, i fiori apparsi, la tortora che canta, il fico che cambia colore e la vite che emana fragranza.

L’amato non si accontenta di aver parlato una volta: rilancia, insiste e ripete. Non è ridondanza ma retorica dell’amore, la voce di chi non può tacere e di chi torna a dire la stessa cosa perché la parola importante non si dice una volta sola. La struttura circolare del discorso produce un effetto preciso: dalla motivazione si torna all’appello e dalla descrizione del mondo esterno si ritorna al desiderio interiore. Il fico e la vite diventano segni del kairós, del tempo opportuno che non aspetta. «Sorgi» diventa invito a cogliere l’attimo e a riconoscere che è giunto il momento giusto, quello in cui tutto converge.


  1. Sul fico e la vite come coppia tradizionale nella Bibbia, cf. anche 2 Re 18,31 = Is 36,16; Ger 5,17; Os 2,14; Gl 2,22 e Sal 105,33.
  2. La botanica del fico è particolare: i suoi fiori sono invisibili, nascosti all’interno di un ricettacolo carnoso (siconio) che si sviluppa diventando il frutto vero e proprio. Cf. anche Mt 24,32 e Lc 21,29-30 per il fico come segnale dell’estate imminente.
  3. Il termine si applica in aramaico e arabo anche ai frutti acerbi del dattero. In ebraico rabbinico pag indica specificatamente i fichi acerbi. Cf. HALOT, s.v. פַּג; BDB, s.v. פַּגָּה; M. Jastrow, Dictionary of the Targumim, the Talmud Babli and Yerushalmi, and the Midrashic Literature, Judaica Press, New York 1996, s.v. פַּגָּה.
  4. Il verbo ḥānaṭ (חָנַט) compare nell’AT solo qui e in Gen 50,2.26 con il significato di «imbalsamare» (Giacobbe e Giuseppe in Egitto). I lessici moderni (DCH, s.v. חָנַט, HALOT, s.v. חָנַט) considerano i due usi come omonimi non correlati. Per Ct 2,13, la radice va collegata all’arabo ḥannaṭa (fattitivo) = «maturare» o «arrossare». Pope, Song, 397, collega il termine anche a ḥiṭṭāh («grano») per la colorazione rossastra durante la maturazione. Mitchell The song, 712, propone tre opzioni: «ripen/make ripe» (supportato dall’ebraico rabbinico e dall’accadico), «make red» (supportato dall’arabo) e «sweeten» (seguendo Ibn Ezra). Barbiero, Cantico, 110, preferisce «arrossare» sulla base dell’arabo.
  5. Il termine sĕmāḏār (סְמָדַר) ricorre solo in Ct 2,13.15 e 7,13. Il termine è stato tradotto in vari modi. La LXX ha reso kyprizousin come parallelo alla proposta seguente, «hanno dato un profumo». La Vulgata ha reso florentes. Nell’uso rabbinico il termine indica “germoglio”.
    L’etimologia è incerta: secondo W. F. Albright potrebbe derivare da summaddar < sumaktar con possibile origine cossea, indo-ariana o anatolica; sulla proposta di origine cossea (cf. K. Balkan, Kassitenstudien, I, Die Sprache der Kassiten 1954, 138-140). Gli studiosi dibattono se il termine indichi lo stadio della fioritura vera e propria (Jonah ibn Janāḥ [grammatico ebraico spagnolo, ca. 990–1055]; Targumin aramaici; HALOT, s.v. סְמָדַר: «flower buds of the vine») oppure lo stadio immediatamente successivo, quando i fiori fecondati formano piccole bacche verdi (M. Jastrow, Dictionary of the Targumim, s.v. סְמָדַר: «[berry] in the budding stage»; S. Givón, Song of Songs and Ecclesiastes: Sex and Sophistry in the Old Testament – A New English Translation, John Benjamins, Amsterdam 2019, 45: «early stage of grape bunches, between flowering and ripening, with a distinct astringent smell [and taste], typically in early April»). Vedi anche Berlin, Song, 72. Sono interessanti alcuni ritrovamenti archeologici: a Hazor (Y. Yadin) fu trovata una giara con smdr scritto sopra, indicante il tipo di vino contenuto; a Nimrud furono trovate etichette con samadir indicante una pianta o un fiore da cui si estraeva olio aromatico (B. Parker, «Administrative Tablets from the Northwest Palace, Nimrud», Iraq 23 (1961), 19).

 

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