Ci sono gesti che valgono più di mille parole. Un abbraccio può contenere la promessa e la memoria, la protezione e l’abbandono. Nel Cantico, dopo la vertigine del versetto 5 («sono malata d’amore»), il testo si sofferma su un’immagine di straordinaria precisione:
| a. La sua sinistra sotto il mio capo | שְׂמֹאלוֹ תַּחַת לְרֹאשִׁי |
| śᵉmōʾlô taḥaṯ lᵉrōʾšı̂ | |
| b. la sua destra abbraccia me. | וִימִינוֹ תְּחַבְּקֵנִי׃ |
| wı̂mı̂nô tᵉḥabbᵉqēnı̂: |
Non è una descrizione generica, ma una coreografia minuziosa: prima la mano sinistra, poi la destra; prima il sostegno, poi l’abbraccio pieno. Questo versetto funziona come un ritornello: lo ritroveremo identico in 8,3, quasi alla fine del libro, creando una corrispondenza tra l’inizio e la fine del Cantico. Un gesto che ritorna, come ritorna nella memoria chi si è davvero amato.
Presente, desiderio o memoria?
Quando l’amata pronuncia queste parole sta descrivendo qualcosa che accade in quel momento o sta evocando un ricordo? Forse sta esprimendo un desiderio, un’attesa di ciò che vorrebbe accadesse? Il testo ebraico non chiarisce questo punto: la formulazione lascia aperte tutte queste possibilità.1 Forse è proprio questa indeterminatezza a dire qualcosa di essenziale sull’esperienza amorosa.
Perché quando si ama davvero, memoria e attesa si confondono. L’abbraccio che c’è stato rimane così vivo da essere quasi presente; l’abbraccio desiderato è così intenso da sembrare già reale. Il Cantico non separa ciò che nell’esperienza è intrecciato: il ricordo dell’amore è già una forma di presenza e l’attesa è già un possesso anticipato. Chi ha conosciuto quel preciso modo di essere abbracciato – la sinistra sotto il capo e la destra che cinge – lo riconosce anche quando non c’è più, lo anticipa anche prima che avvenga. Il gesto diventa una specie di firma dell’amore, qualcosa che identifica quella relazione specifica e nessun’altra.
Non si tratta di una confusione tra passato e futuro, ma di fedeltà alla dinamica del desiderio, dove i tempi si sovrappongono. L’amore autentico non conosce solo il presente: vive della memoria e della promessa, di ciò che è stato e di ciò che sarà. E la parola poetica, proprio perché non fissa il momento in un’unica dimensione temporale, riesce a dire questa complessità: l’abbraccio del Cantico è insieme esperienza vissuta, ricordo che persiste e attesa che si rinnova.
La sequenza delle mani
L’ordine non è casuale: prima la sinistra e poi la destra, prima il capo e poi l’abbraccio totale. C’è una progressione in questa coreografia dell’amore: la mano sinistra sotto il capo è un gesto di cura, quasi materno. È il modo in cui si sorregge chi si abbandona, chi si lascia andare alla vertigine del v. 5. Senza questo sostegno, non ci sarebbe l’abbraccio successivo: prima bisogna creare lo spazio della fiducia, poi si può colmare la distanza.
La destra che abbraccia è un gesto più coinvolgente, più totale. Il verbo ebraico ḥābaq ha un campo semantico ampio: può descrivere tanto l’abbraccio affettuoso tra familiari quanto l’unione tra amanti.2 Nel Cantico il contesto orienta decisamente verso quest’ultima sfumatura: non si tratta di un saluto cordiale tra familiari, ma di un’intimità piena, dove la tenerezza e la passione non si escludono ma si potenziano a vicenda.3
La sequenza stessa («sinistra» prima di «destra») ha attirato l’attenzione degli interpreti. Mitchell nota che l’ordine abituale in ebraico è «destra e sinistra», non viceversa (cf ad esempio: E.g., Gen 13,9; Gdc 7,20; Ez 39,3). L’inversione potrebbe essere intenzionale: iniziare con la frase più innocua e finire con quella più esplicita.4 Oltre alla considerazione pratica (se l’uomo è destrimano, l’attività di accarezzare richiede la destrezza della mano dominante), c’è una progressione di significato: prima il sostegno (la sinistra sotto il capo), poi l’abbraccio pieno (la destra che cinge). Un movimento che sale dalla cura al dono totale.
Un ritornello che attraversa il Cantico
Questo versetto ricompare identico in 8,3, quasi al termine del poema. Non è una ripetizione meccanica, ma un riconoscimento: l’amore vero si conosce da questi gesti, da questa capacità di integrare il sostegno e l’abbandono, la protezione e la passione.5
Nei versetti precedenti c’era una progressione: l’ombra cercata sotto il melo (v. 3), l’ebbrezza nella casa del vino (v. 4) e la malattia d’amore che invocava un sostegno (v. 5). Ora in 2,6 tutto converge: la protezione si fa concreta nelle braccia e l’ebbrezza trova corrispondenza nell’abbraccio. Ma l’unione non placa il desiderio – semmai lo intensifica. L’amore autentico non conosce saturazione: l’unione genera un nuovo desiderio e il possesso alimenta la nostalgia. Su questo delicato intreccio tra la presenza e l’assenza si regge tutta la dinamica poetica del Cantico.
Tra quelle braccia l’amata non è immobile: il poema prosegue, nuovi paesaggi si aprono e altre voci si intrecciano. Ma questo istante resta, come una firma che identifica quell’amore e nessun altro. Chi ha conosciuto questa precisa qualità di presenza – la protezione e il desiderio insieme, la cura e l’abbandono – la riconosce anche quando manca, l’anticipa prima che ritorni. L’abbraccio diventa la cifra dell’amore, non perché lo conclude, ma perché lo esprime senza esaurirlo.
- La prima frase del v. 6 è nominale in ebraico (śᵉmōʾlô taḥat lᵉrōʾšî, «la sua sinistra sotto il mio capo»), senza verbo esplicito: può indicare il presente, un desiderio o anche una condizione permanente. La seconda frase usa la forma verbale yiqto tᵉḥabbᵉqēnî (piel di ḥābaq con suffisso pronominale), che può essere reso al presente («mi abbraccia»), al futuro («mi abbraccerà») o con una sfumatura di desiderio («oh, che mi abbracciasse!»). La versione greca della Lxx opta per il futuro nel v. 6b (hē dexiá autoû periasázei me), mentre la Vulgata latina usa il presente (dextera illius amplexabitur me). C. Exum, Song of Songs, 117, nota che questa ambiguità è caratteristica del Cantico: «The slippage between anticipation and experience so characteristic of the Song guarantees that in each of the contexts in which it appears the meaning cannot be pinned down». ↩
- Il verbo ḥābaq al qal e al piel significa «abbracciare», «stringere». Può indicare l’abbraccio affettuoso tra parenti (Gen 29,13: Labano abbraccia Giacobbe; Gen 48,10: Giacobbe abbraccia i figli di Giuseppe) oppure l’unione erotica (Pr 5,20: «perché stringere al petto un’estranea?»). Altri usi: Qo 3,5 («tempo di abbracciare e tempo di astenersi dagli abbracci») e 2Re 4,16 (promessa di un figlio alla Sunammita). Nel Cantico il contesto (v. 4: «casa del vino») orienta verso la connotazione erotica. Cf. C.L. Mitchell, The Song of Songs, 683. ↩
- Il Cantico mantiene una sobrietà poetica che lo distingue da altri testi d’amore del Vicino Oriente antico. Un canto sumerico presenta una scena analoga con linguaggio esplicitamente genitale:
Your right hand you have placed on my vulva,
You have touched your mouth to mine,
Your left hand stroked my head,
You have pressed my lips to your head.
S.N. Kramer, The Sacred Marriage Rite, 105). Nel Cantico l’erotismo è presente ma mediato dalla forma poetica: evoca senza esibire, suggerisce senza dettagliare. Come osserva Iain Duguid, The Song of Songs [ebook], il testo è «beautifully poetic and metaphorical in its descriptions of sex, never crassly literal or biological». Il parallelo è citato da numerosi commentatori (Barbiero, Il cantico, 93 n. 208; Pope, Song of songs, 384; Exum, Song of songs, 117) per evidenziare la peculiarità stilistica del Cantico. ↩ - Mitchell, The Song of Songs, 682. ↩
- Il v. 6 ricompare identico in 8,3. Questa ripetizione crea una cornice compositiva che lega l’inizio e la fine del Cantico. Altri ritornelli strutturanti nel libro includono l’appellativo «figlie di Gerusalemme» (2,7; 3,5; 5,8.16; 8,4) e la formula «il mio diletto è mio e io sono sua» con variazioni (2,16; 6,3; 7,11). ↩