Ct 1,16: «Il nostro letto è verdeggiante»: intimità e trascendenza

Nel versetto 1,16 del Cantico, la voce femminile risponde all’ammirazione dell’uomo con un’esclamazione che rispecchia il suo stupore: Quanto sei […]

Nel versetto 1,16 del Cantico, la voce femminile risponde all’ammirazione dell’uomo con un’esclamazione che rispecchia il suo stupore:

Quanto sei bello, amore mio, quanto affascinante! הִנְּךָ יָפֶה דוֹדִי אַף נָעִים
hinnᵉḵā yāp̱ê ḏôḏı̂ ʾap̱ nāʿı̂m  
Anche il nostro letto è verdeggiante. אַף־עַרְשֵׂנוּ רַעֲנָנָ׃
ʾap̱-ʿarśēnû raʿᵃnānâ:  

La donna riprende così la stessa formula elogiativa usata dall’amato, ma arricchendola di nuovi significati.

La donna utilizza l’aggettivo yāfê (bello/incantevole) che lui aveva usato in Ct 1,15 per descriverla, creando un gioco di specchi che sottolinea la reciprocità del loro rapporto. Aggiunge poi, con una particella enfatica (ʾaf), l’aggettivo nāʿı̂m (affascinante/delizioso). Questa combinazione di aggettivi estetici compare solo due volte nell’Antico Testamento, entrambe nel Cantico (qui in Ct 1,16 e poi in Ct 7,7). Se il primo termine evidenzia la bellezza visibile, il secondo evoca un piacere più profondo che coinvolge tutti i sensi.

Il termine nāʿı̂m porta con sé una ricca gamma di significati. Deriva dalla radice verbale nāʿêm che indica l’essere piacevole, delizioso o gradevole in senso ampio. Non si limita all’aspetto visivo come yāfê, ma abbraccia tutti i registri sensoriali: un suono melodioso, un profumo inebriante, un sapore soave, un tocco vellutato. Nel Sal 16,11, descrive le delizie eterne alla presenza di Dio; nel Sal 27,4, si riferisce alla dolcezza contemplativa del Tempio. La scelta di questo termine nel dialogo amoroso del Cantico trasfigura l’esperienza sensuale in qualcosa che trascende la mera fisicità. L’amato non è solo bello da vedere, ma delizioso da sperimentare con tutto l’essere. Il termine nāʿı̂m suggerisce una fruizione integrale dell’altro, un godimento che nutre tanto il corpo quanto l’anima.

Il termine «nāʿı̂m» ha suscitato interpretazioni contrastanti tra gli studiosi. Alcuni hanno evidenziato la somiglianza fonetica con Naʿaman, epiteto del dio dell’amore e della fecondità conosciuto anche come Adone. Secondo la mitologia, il sangue di questo dio, ucciso da un cinghiale, avrebbe colorato gli anemoni, chiamati in arabo «le ferite di Naaman». Da questa connessione emergono linee interpretative divergenti. La prima vede nel Cantico un’operazione consapevole di demitizzazione: l’autore utilizzerebbe intenzionalmente un linguaggio ierogamico (tipico delle unioni divine) per ricondurre l’esperienza sessuale alla sua autentica dimensione umana. La donna direbbe implicitamente all’amato: “Il vero ’incantevole e affascinante’ non è quel dio che alcuni invocano nei riti di fertilità, ma sei tu, creatura umana davanti a me“. Una seconda prospettiva propone invece una lettura opposta: il sottofondo mitico conferirebbe agli amanti una valenza “teomorfica” nel senso di Gen 1,26, dove l’essere umano è creato a immagine di Dio. In questa ottica, nell’amore di questo giovane concreto, la donna farebbe esperienza di una realtà che trascende l’umano, come suggerito anche da Ct 8,6, dove la fiamma dell’amore è «fiamma di Yah». Queste interpretazioni, apparentemente contraddittorie, possono essere viste come complementari: il Cantico desacralizza i riti mitici di fertilità, restituendo l’amore alla sua dimensione umana, ma al contempo sacralizza l’esperienza amorosa umana, riconoscendovi un riflesso del divino.

Il passaggio dal “tu“ al “noi“ segna un momento cruciale nel dialogo amoroso. È la donna che introduce questo cambio di prospettiva, trasformando l’ammirazione in invito all’unione. Pronunciando le parole «il nostro letto è verdeggiante», ella non si limita a descrivere uno spazio condiviso, ma propone una comunione totale. Questo “noi“ anticipa l’unione fisica dei corpi e rappresenta al contempo una fusione di anime. La donna, lungi dall’essere passiva, prende l’iniziativa di questo movimento verso l’unità. I due amanti non sono più entità isolate che si contemplano a distanza, ma un’unica realtà che respira all’unisono. Il pronome plurale, che riapparirà nei versetti successivi («la nostra casa», «il nostro soffitto»), crea un campo semantico dell’appartenenza reciproca e della condivisione profonda.

Per indicare il letto, il testo usa il termine ʿereś, non il più comune miškāḇ che compare in Ct 3,1. Si tratta di una parola rara che, in altri passi biblici come Pr 7,16 e Am 6,4-6, designa giacigli lussuosi. Eppure questo letto viene descritto come «verdeggiante» (raʿᵃnānâ), creando un sorprendente contrasto tra raffinatezza e naturalezza. Il testo accosta due realtà apparentemente inconciliabili: l’eleganza di un giaciglio regale e la spontaneità della vegetazione. Questo incontro di opposti genera una tensione poetica che arricchisce la scena di significati ulteriori. L’aggettivo non si riferisce solo al colore, ma evoca la freschezza e vitalità della vegetazione.

L’ambientazione della scena mantiene una deliberata ambiguità. I due amanti si trovano all’aperto, sotto la volta stellata, o in una stanza le cui travi di cedro evocano un’atmosfera naturale? Il testo fonde gli spazi interni ed esterni, trasformando il cosmo stesso in tempio dell’amore.

L’aggettivo «verdeggiante» (raʿᵃnānâ) risuona in molti passi dell’Antico Testamento (1Re 14,23; 2Re 16,4; 17,10; Is 57,5; Ger 2,20; 3,6.13; Ez 6,13). L’espressione «sotto ogni albero verdeggiante» indica spesso luoghi di culto pagano legati alla fertilità, condannati dai profeti. Ma lo stesso termine compare in contesti positivi: nel Sal 52,10, Davide si paragona a «un olivo verdeggiante nella casa di Dio»; nel Sal 92,15, i giusti, anche in vecchiaia, saranno «verdeggianti» grazie alla linfa divina. La rigogliosità diventa simbolo della vitalità donata da Dio.

Particolare: l’adorazione dell’Agnello

Il verde, in molte tradizioni mistiche, rappresenta l’essenza divina. Non a caso il famoso polittico dell’Agnello Mistico dei fratelli van Eyck presenta un lussureggiante tappeto di vegetazione1. Il giaciglio verdeggiante unisce così dimensioni apparentemente opposte: natura e cultura, terra e cielo, umano e divino. Questa integrazione armonica di polarità diverse rappresenta uno dei contributi più preziosi del Cantico alla spiritualità dell’amore.

Il dialogo degli amanti in Ct 1,16 ci invita a riconsiderare la nostra esperienza contemporanea dell’amore. In un’epoca che tende a ridurre le relazioni a consumo o prestazione, il Cantico restituisce all’incontro amoroso la sua dimensione di meraviglia e trascendenza. La contemplazione estetica dell’altro diventa porta d’accesso a una comunione più profonda che coinvolge l’intero essere. La natura non è più sfondo inerte, ma partecipe attiva della celebrazione amorosa, in una ritrovata alleanza tra umano e cosmico.


  1. Il Targum legge nel letto verdeggiante un motivo di gratitudine: «L’Assemblea d’Israele rispose davanti al Signore del Mondo e disse: “Quanto è bella la tua Santa Presenza quando dimori in mezzo a noi e accogli con favore la nostra preghiera, quando fai dimorare l’amore nel nostro letto e molti figli dimorano sulla terra, e noi cresciamo e ci moltiplichiamo come un albero piantato presso una sorgente d’acqua, il cui fogliame è bello e il cui frutto è abbondante!».

 

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