Ct 2,10. La voce che custodisco

L’amato era dietro il muro, immobile, gli occhi che cercavano i suoi attraverso i graticci della finestra. Lo abbiamo lasciato così nel versetto 9, tutto concentrato in quello sguardo che passa attraverso le fessure. Ora lo sguardo si fa voce: mentre guarda, parla. «Ha ripreso il mio diletto e mi ha detto»: è la donna che presenta le parole dell’amato, è la sua voce che le incornicia. Gli occhi hanno cercato, ora le labbra chiamano.

a. Ha preso la parola il mio diletto e mi ha detto: עָנָה דוֹדִי וְאָמַר לִי
ʿānâ ḏôḏı̂ wᵉʾāmar lı̂  
b. Sorgi per te mia diletta, mia bella קוּמִי לָךְ רַעְיָתִי יָפָתִי
qûmı̂ lāḵ raʿyāṯı̂ yāp̱āṯı̂  
c. va’ (vieni) per te! וּלְכִי־לָךְ׃
ûlᵉḵı̂-lāḵ:  

La struttura della strofa

Il versetto 10 apre una strofa più ampia che si estende fino al versetto 13 e che è costruita come un’inclusione.1 L’invito «Sorgi per te, mia diletta, mia bella, va’ per te!» appare identico all’inizio e alla fine, formando una cornice attorno all’intero discorso dell’amato. Questa struttura non è un ornamento letterario ma un’insistenza amorosa: l’invito si ripete, si fa più urgente e ritorna sulle labbra come una parola che non può tacere.

All’interno della cornice, il discorso si articola in due movimenti complementari. La prima parte (vv. 10b-13b) offre le ragioni per cui lei dovrebbe uscire: la primavera è arrivata, l’inverno è passato, le piogge si sono allontanate, i fiori sono apparsi sulla terra, la voce della tortora risuona, il fico matura i primi frutti e le viti in fiore diffondono il loro profumo. È la natura che chiama, è il tempo giusto per godere della bellezza del creato. La seconda parte (vv. 13c-14) rivela invece perché lui desidera che lei esca: per vederla e per udire la sua voce. Il discorso si muove dunque dalla primavera del mondo alla primavera del cuore: ciò che fiorisce fuori diventa linguaggio per ciò che arde dentro.

Una voce che prende la parola

In 2,10a una traduzione letterale dell’espressione ebraica ʿānāh wᵉ-ʾāmar porterebbe a «rispondere e dire», ma questo significato non funziona nel contesto: non c’è infatti nessuna domanda a cui l’amato debba rispondere.2 Si tratta piuttosto di una formula stereotipata per introdurre discorsi diretti, frequente in Giobbe e in Daniele, parallela al greco ἀποκριθεὶς εἶπεν che ricorre nei Vangeli quando si introducono le parole di Gesù. Il significato è semplicemente “prendere la parola, iniziare a parlare”: l’amato prende l’iniziativa, la sua voce irrompe e non attende di essere sollecitata.

Il cambio temporale dai participi dei versetti 8-9 ai perfetti del versetto 10 segna il passaggio dall’azione fisica al discorso diretto.3 La scena è unica e simultanea: prima il movimento, poi lo sguardo, ora la voce. Tutto accade nello stesso momento, tutto è presente. L’amore che prima si manifestava attraverso il corpo che corre e gli occhi che cercano, ora si fa parola. Ciò che il desiderio ha spinto a cercare, la voce ora lo esprime e lo chiama.

Il verbo del risveglio

«Alzati» (qūmî) – l’imperativo dell’amato risuona carico di urgenza e tenerezza insieme. La donna è ancora in casa, forse coricata, e lui la chiama a lasciare il letto per uscire con lui a godere della primavera mattutina. Ma questo verbo porta con sé nell’ebraico biblico echi più profondi: è il verbo della resurrezione, quello che Gesù pronuncia in aramaico davanti alla figlia di Giairo, “Fanciulla, àlzati!“ (Mc 5,41).4 Non si tratta di mera coincidenza lessicale: il Cantico attinge allo stesso vocabolario della vita che risorge, del corpo che si ridesta e dell’esistenza che passa dal sonno alla veglia.

Vivere svegli significa essere fisicamente eretti, certo, ma anche esistenzialmente desti, lucidi e presenti alla vita. Il sonno può essere riposo benedetto o trasformarsi in fuga. Giona dorme nella stiva della nave mentre il mare si solleva in tempesta: rifiuta di ascoltare la voce che lo chiama a Ninive, cerca di sottrarsi alla sua missione (Gn 1,5-6). L’amore invece non lascia dormire. Chiama a uscire dall’inerzia, dall’assenza e dalla separazione. L’invito dell’amato è a una vita desta e luminosa, capace di rispondere, di alzarsi e di camminare.

“Mia diletta, mia bella”

L’amato rivolge alla donna due nomi che dicono insieme vicinanza e ammirazione: “mia diletta“ (raʿyātî) e “mia bella“ (yāpātî). Il primo evoca l’intimità tra compagni: non una generica simpatia ma una comunione profonda che si costruisce nella condivisione e nella reciprocità.5 Il secondo trasforma la bellezza in relazione: non più “tu sei bella“ come constatazione neutra, ma “tu sei per me la bellezza“, dichiarazione personale che lega indissolubilmente lo splendore dell’amata allo sguardo di chi la contempla.6

Essere chiamati così è essere costituiti nella propria identità dall’amore dell’altro. L’amato non lusinga la donna ma la riconosce: vede in lei qualcosa che forse lei stessa non vede, e glielo dice. Le parole d’amore non descrivono semplicemente una realtà preesistente, ma la portano alla luce, la confermano e la fanno fiorire. È questa la forza performativa del linguaggio amoroso: dire a qualcuno “tu sei bello“ non è registrare un dato oggettivo ma far sì che quella persona si percepisca nella sua dignità, si alzi e si metta in cammino. Nell’amore autentico non siamo anonimi ma unici, non intercambiabili ma irripetibili e non catalogati ma chiamati per nome.

L’esodo verso sé stessi

Il secondo imperativo dell’amato contiene una stranezza linguistica che i traduttori faticano a rendere: “vieni per te“, “va’ verso te stessa“ (u-lekî-lāk). Non un semplice “vieni!“ che indica movimento verso l’amato, ma un invito più complesso: l’azione si riverbera su chi la compie, il cammino verso l’altro diventa insieme cammino verso sé.7 È come se l’amato dicesse: uscendo verso di me, troverai te stessa.

Questo linguaggio riecheggia in modo sorprendente un altro momento della Scrittura: la vocazione di Abramo. In Genesi 12,1, Dio gli rivolge lo stesso comando, “va’ verso te stesso“ (lek-lekā), invitandolo a lasciare la sua terra, la sua parentela e la casa di suo padre. 8 Come Abramo deve abbandonare ciò che conosce per diventare pienamente sé stesso obbedendo alla voce che lo chiama, così l’amata è invitata a un esodo: uscire dalla casa – dalla sicurezza, dall’abitudine e dal noto – per andare incontro all’amato, ma proprio in questo uscire ritrovare sé stessa.

È il paradosso fecondo dell’amore maturo: andando verso l’altro scopro me stesso e lasciando ciò che conosco divento chi sono. L’invito dell’amato è dunque duplice e al tempo stesso uno: vieni a me e va’ verso te stessa. Non sono due direzioni opposte ma una sola. Obbedire all’amore significa realizzarsi, non alienarsi; significa trovarsi, non perdersi. Come Israele esce dall’Egitto – dalla schiavitù ma anche dalla sicurezza del pane quotidiano – per attraversare il deserto e giungere alla terra promessa, così chi ama è chiamato a un esodo: lasciare la propria dimora per scoprire che la vera dimora è l’incontro con l’altro. La voce dell’amato dice insieme “esci verso di me“ e “diventa pienamente te stessa“, e queste non sono due richieste ma una sola..

La parola che non può attendere

I versetti 8 e 9 erano tutti movimento: l’amato che viene, che salta, che corre, che raggiunge, che si ferma, che sbircia. Ora il corpo si ferma ma l’amore trova un’altra strada. Ciò che il desiderio ha spinto a cercare, la voce ora lo esprime: non basta guardare attraverso la finestra né essere vicini, serve chiamare e parlare. L’amore è insieme corpo e parola, sguardo e voce, presenza e invito.

L’amato parla da dove si trova, senza aspettare di entrare in casa né che lei esca per vederla da vicino: dietro il muro, attraverso la finestra, dalla distanza che ancora li separa. Le parole dell’amore non conoscono distanze, non attendono il momento opportuno. Dicono ciò che deve essere detto quando deve essere detto. L’invito è urgente: “alzati, vieni“ – adesso, subito, non domani. L’amore non può tacere, non può rimandare. Quando il cuore è pieno, le labbra si aprono. Quando il desiderio arde, la voce chiama.

L’invito resta sospeso nell’aria, come quella voce attraverso la finestra. Attende soltanto che qualcuno si alzi, esca dalla casa e scopra che andare verso l’altro è il modo più vero di andare verso sé stessi.


  1. Barbiero, Cantico dei Cantici, 107-108, nota che la è ritmata dai vocaboli tipici della tenerezza: dōdî, “mio amato”, raʿyātî, “mia compagna”, e yāpātî, “mia incantevole.
  2. Il verbo ʿānāh di solito significa “rispondere“, ma qui non c’è nessun discorso a cui rispondere: il significato è quindi “iniziare a parlare, prendere la parola“. È una formula stereotipata per introdurre discorsi diretti, frequente in Giobbe e in Daniele. Cf. Mitchell, The Song of Songs, 707-708.
  3. I verbi sono al perfetto. Berlin, Song of Songs, 71, interpreta questi perfetti come “instantaneous perfective”, tempo verbale che in inglese va reso al presente: “he speaks up and says“. L’amato sta parlando mentre sbircia attraverso le finestre, in piena continuità con il v. 9. La scena è simultanea: lo sguardo e la voce accadono insieme.
  4. Il verbo qūm indica nell’Antico Testamento sia l’alzarsi fisico sia la resurrezione. Cf. Is 26,19: «I tuoi morti rivivranno, i miei cadaveri risorgeranno (yᵉqûmûn)»; Ez 37,10: «Lo spirito entrò in essi: ripresero vita (wayyiḥyû) e si alzarono in piedi (wayyaʿᵃmᵉdû)»; e Dn 12,2. Nel Nuovo Testamento l’aramaico e il greco mantengono questa polisemia: Mc 5,41 (Ταλιθα κουμ, Talitha koum); Lc 7,14; e Gv 11,43 (ἔγειρε, egeire). Nel Cantico il verbo ricorre anche in 3,2 e 5,5.
  5. Il termine raʿyātî deriva dal sostantivo rēaʿ, “compagno”, con il suffisso femminile e il possessivo di prima persona. Indica reciprocità, comunione e intimità tra pari. La Lxx lo traduce spesso ἡ πλησίον μου, “colei che mi è vicina”. Ricorre nel Cantico in 1,9.15; 2,2.10.13; 4,1.7; 5,2; e 6,4.
  6. L’aggettivo yāpātî, “mia bella“, c con il suffisso possessivo di prima persona appare soltanto in 2,10 e 2,13. Altrove nel Cantico l’aggettivo yāpeh descrive la bellezza della donna senza possessivo: in 1,8.15; 4,1.7; e 6,4.10. La forma con suffisso possessivo trasforma un’osservazione sulla bellezza in una dichiarazione di appartenenza reciproca.
  7. Il dativo etico (dativus commodi) è una costruzione ebraica in cui l’imperativo è seguito dalla preposizione lamed lᵉ con il pronome suffisso, esprimendo un interesse riflessivo: l’azione si compie “a vantaggio di“ o “verso“ il soggetto stesso. Joüon, A Grammar of Biblica Hebrew , § 133d. Con verbi di movimento la costruzione ricorre in Gn 12,1; 22,2; e Gs 22,4 e, naturalmente, in Ct 2,10.13.
  8. Il parallelo tra Ct 2,10.13 e Gn 12,1 è notato da diversi commentatori. La costruzione grammaticale לֶךְ־לְךָ (lek-lekā) in Genesi e וּלְכִי־לָךְ (u-lekî-lāk) nel Cantico è identica: imperativo del verbo “andare“ + preposizione (lᵉ) + pronome riflessivo. Il Cantico attinge al vocabolario della vocazione abramitica applicandolo all’amore umano. Mazzinghi, Il Cantico, 91, sottolinea che «l’avventura dell’amore è dunque simile al viaggio di Abramo dietro al suo Dio; qui la mèta non è la terra d’Israele, ma i “monti degli aromi“ (8,14), ovvero il corpo stesso della donna».

 

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