All’ombra del melo: Ct 2,3

C’è un momento, nell’esperienza dell’amore, in cui il desiderio cessa di essere inquietudine e diventa riposo. Un momento in cui […]

C’è un momento, nell’esperienza dell’amore, in cui il desiderio cessa di essere inquietudine e diventa riposo. Un momento in cui si smette di cercare perché si è trovato. La donna del Cantico vive proprio questo passaggio e per descriverlo sceglie un’immagine che profuma d’estate mediterranea: un melo carico di frutti nel cuore di una foresta selvaggia, con la sua chioma che promette ombra fresca e le sue mele mature che invitano a essere gustate.

Il versetto 3 riprende il filo del dialogo interrotto. Lui aveva appena detto: «Come un giglio tra le spine, così è il mio amore fra le fanciulle» (v. 2). Ora è lei a rispondere, riflettendo le sue parole:

a. Come melo fra gli alberi della foresta
kᵉṯappûḥa baʿᵃṣê hayyaʿar
כְּתַפּ֙וּחַ֙ בַּעֲצֵ֣י הַיַּ֔עַר
b. così [è] il mio diletto tra i figli
kēn dôḏı̂ bên habbānı̂m
כֵּ֥ן דּוֹדִ֖י בֵּ֣ין הַבָּנִ֑ים
c. alla sua ombra ho desiderato e mi sono seduta
ṣillô ḥimmaḏtı̂ wᵉyāšaḇtı̂
בְּצִלּוֹ֙ חִמַּ֣דְתִּי וְיָשַׁ֔בְתִּי
d. e il suo frutto [è] dolce al mio palato.
ûp̱iryô māṯôq lᵉḥikkı̂:
וּפִרְי֖וֹ מָת֥וֹק לְחִכִּֽי׃

Lo specchio che riflette

L’amore procede per eco. Lui parla, lei risponde; lui offre un’immagine, lei ne restituisce un’altra. La struttura dei due versi è quasi identica: stessa sintassi, stesso movimento comparativo, stesso slancio di affermazione esclusiva,1 ma cambia il registro sensoriale. Lui aveva evocato la vista, il giglio che spicca cromaticamente tra il grigio delle spine. Lei, invece, evoca il tatto, l’olfatto e il gusto: l’ombra che avvolge, il profumo che emana dall’albero e la polpa dolce che si scioglie in bocca.

In questo modo di amarsi c’è una sapienza antica. L’amore autentico non compete, non sovrasta, ma dialoga. Accoglie la parola dell’altro e la rilancia arricchita. Quando lui la celebra, lei non si limita a ringraziarlo, ma lo celebra a sua volta. Si crea così una spirale ascendente in cui ciascuno amplifica la bellezza che l’altro/a ha intravisto in lui/lei. È la logica dell’amore che si nutre di ripetizione rinnovata: dire la stessa cosa, “tu sei unico”, con parole sempre diverse, con nuove immagini e con registri sensoriali differenti. È proprio questa ridondanza gioiosa che il Cantico ci mostra.

Il melo che emerge – Bellezza che si distingue

Perché proprio un melo? In ebraico, tappûaḥ deriva dalla radice che significa «esalare profumo».2 Non si tratta semplicemente di un albero da frutto, ma dell’albero profumato per eccellenza, che annuncia la sua presenza prima ancora di essere visto. Il contrasto scelto dalla donna è radicale: non un melo in un frutteto ordinato, ma un melo in mezzo agli «alberi del bosco», la foresta selvaggia (ʿăṣê hayyaʿar).3

Proviamo a visualizzare la scena. La foresta biblica non è il bosco incantato delle fiabe europee. È la “selva oscura” di dantesca memoria: un luogo di ombre minacciose, di piante che competono ferocemente per la luce e di tronchi contorti che non producono frutti. Gli alberi crescono disordinati e si soffocano a vicenda, formando barriere impenetrabili. In mezzo a questo groviglio, improvviso e inaspettato, emerge un melo: la sua chioma è ordinata, i suoi rami si aprono generosi, le sue foglie lucide catturano il sole e, soprattutto, i suoi frutti rossi o dorati pendono come promesse.

L’immagine funziona per contrasto. Tutti gli altri giovani, i bānîm, i “figli” come li chiama il testo con un termine che evoca la freschezza della giovinezza, impallidiscono di fronte all’amato. Sembrano alberi comuni, forse anche vigorosi, ma sterili. Lui, invece, è fecondo, luminoso e in grado di offrire ciò che gli altri non possono dare.

Il melo, d’altronde, portava con sé un carico simbolico già denso nelle culture antiche. Nei testi sumerici sul matrimonio sacro, la dea Inanna celebrava lo sposo divino Dumuzi come «il mio albero di melo che porta frutti fino alla corona».4 Nelle corti mesopotamiche, come nei giardini del Mediterraneo, il melo era il simbolo perfetto per esprimere attrazione amorosa: il suo profumo, i suoi frutti e la sua ombra erano metafore di seduzione.

Sedersi all’ombra – Quando il desiderio trova casa

Ma la donna del Cantico non si limita a contemplare il melo da lontano. Fa un gesto: «Alla sua ombra ho desiderato e mi sono seduta». Il verbo ebraico yāšab indica un’azione che dura nel tempo, non un semplice fermarsi di passaggio. Sedersi significa fermarsi, abitare e lasciar andare la tensione del viaggio. È il gesto di chi ha smesso di cercare perché ha trovato.

Quell’ombra — in ebraico, ṣēl — non è semplice assenza di sole. Nella Bibbia, l’ombra è una categoria teologica che indica protezione, custodia e rifugio sicuro. Il Salterio la declina in centinaia di modi: «All’ombra delle tue ali mi rifugio finché non sia passato il pericolo» (Sal 57, 2); «Proteggimi all’ombra delle tue ali» (Sal 17, 8). L’ombra di Dio è il luogo in cui l’uomo può finalmente respirare senza paura.5

Qui, nel Cantico, questa dimensione di protezione assoluta, che i profeti e i salmisti attribuivano a YHWH, viene incarnata nell’esperienza dell’amore umano. Un bellissimo parallelo si trova in Os 14,8, dove il profeta promette che il popolo redento «tornerà a sedersi all’ombra» di Dio.6 Il Cantico ribalta la prospettiva: non è l’esperienza umana che viene usata per parlare di Dio (come fa Osea), ma è l’esperienza divina che rivela la profondità possibile dell’amore umano. L’ombra del melo-amato diventa uno spazio sacro, un luogo in cui il desiderio cessa di essere inquietudine e si trasforma in riposo abitato.

Infatti, la donna specifica: «Alla sua ombra ho desiderato». Il verbo ebraico ḥāmad — desiderare intensamente — è lo stesso che compare nel Decalogo: «Non desiderare la casa del tuo prossimo» (Es 20,17). Altrove nell’Antico Testamento, questo termine ha spesso sfumature negative ed evoca bramosie divoranti e appetiti distruttivi. Ma in Gen 2,9 viene riferito agli alberi del giardino: «piacevoli alla vista» (neḥmād lemmarʾeh). Il desiderio, in questo caso, non è una colpa né una minaccia, ma l’anelito naturale verso ciò che ci completa e verso quella presenza che ci permette finalmente di sederci. In un mondo frenetico, dedito all’accumulo e alla conquista, l’amore vero offre il lusso supremo: la possibilità di fermarsi, sostare e abitare un’ombra senza dover dimostrare di meritarla.

La dolcezza al palato – I frutti dell’intimità

Ma la scena non termina con l’ombra. La donna aggiunge: «E il suo frutto [è] dolce al mio palato». Si passa dall’ombra che protegge al frutto che nutre, dalla vicinanza che custodisce all’intimità che sazia. La progressione è delicata, ma chiara: prima si cerca rifugio, poi si condivide il gusto.

La parola ebraica māṯôq, «dolce», evoca sensazioni che vanno ben oltre il puro sapore. Nel Cantico, la dolcezza è un codice dell’eros: i baci sono «più dolci del vino» (1,2); il palato dell’amato sarà descritto come «dolcissimo» (5,16); il palato dell’amata sarà paragonato a «vino squisito« (7,10). In un antico testo ugaritico, la descrizione di un bacio appassionato è così resa: «Egli si chinò, baciò le loro labbra. Sì, le loro labbra erano dolci, dolci come il melograno».7

La metafora del frutto dolce custodisce un pudore prezioso. Non esibisce né descrive direttamente, ma evoca. Suggerisce un’intimità che appartiene solo ai due, un segreto che il linguaggio può solo sfiorare senza violarlo. Il melo offre i suoi frutti a chi si siede alla sua ombra, non a chi passa di corsa o osserva da lontano. Bisogna sostare e abitare quella vicinanza perché il dono si compia.

Forse c’è anche un’eco più antica che risuona in sottofondo: un albero, dei frutti, un uomo e una donna, il desiderio che cerca compimento. Il racconto di Genesi 2-3 aleggia su questi versi senza mai essere nominato esplicitamente. Ma se in quel giardino primordiale il frutto fu occasione di rottura, qui il frutto è un dono che unisce. Se là l’ombra dell’albero nascose la vergogna, qui l’ombra accoglie il desiderio redento. Il Cantico non corregge, ma mostra semplicemente un amore.

Dove l’amore diventa spazio

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa scena antica. Viviamo in un’epoca dove tutto è performance, dove ogni relazione si misura in termini di efficienza e risultato. Si fa l’amore, come si fa carriera o si fa sport. Ma il verbo del Cantico è diverso: sedersi. La donna non fa, non conquista, non accumula esperienze. Semplicemente è, insieme a lui, nell’ombra di una presenza che non chiede altro se non che lei resti.

L’amore autentico crea uno spazio, non uno spazio fisico, ma uno spazio esistenziale, in cui l’altro può finalmente smettere di indossare maschere, deporre le armi della competizione sociale e respirare senza trattenere il fiato. L’ombra del melo è una metafora di questa dimensione: un luogo, o meglio una relazione, in cui il desiderio cessa di essere una fame ansiosa e diventa un riposo gioioso.

La donna del Cantico ha trovato il suo melo. Ha trovato quell’ombra sotto cui il desiderio non brucia, ma custodisce; dove i frutti non vengono presi con violenza, ma offerti con generosità. Seduta lì, con il sapore dolce ancora sul palato, scopre che l’amore vero non è come la foresta che ti costringe a lottare per sopravvivere. Assomiglia al melo che ti invita a sederti, a gustare e a restare.

Per tutto il tempo che vorrai. Finché la dolcezza non diventa casa.


  1. Entrambi iniziano con ke- (“come”), seguono con una pianta (giglio/melo), introducono un contrasto (spine/alberi del bosco), e concludono affermando l’eccellenza dell’amato/a. Cfr. G. Barbiero, Cantico, 88.
  2. Il termine ebraico tappûaḥ deriva dalla radice nāpaḥ, «soffiare, esalare, spirare». Letteralmente indica «l’albero che spira profumo». La tradizione prevalente (Lxx: mēlon, Vulgata: malus) identifica il tappûaḥ con il melo, anche se sono state proposte altre identificazioni (albicocco, cedro, melograno). Il simbolismo erotico consolidato del melo nelle culture mediterranee antiche rende questa identificazione la più probabile. Il simbolismo erotico consolidato del melo nelle culture mediterranee antiche rende questa identificazione la più probabile. Cfr. DCH, תַּפּוּחַ; HALOT, תַּפּוּחַ A.
  3. L’espressione ʿăṣê hayyaʿar («alberi della foresta/del bosco») indica nell’Antico Testamento la vegetazione selvaggia, non coltivata. Il termine yaʿar evoca spesso luoghi oscuri, pericolosi, abitati da bestie selvatiche (cfr. Os 2,14; Mic 3,12; Ez 34,25). Il contrasto tra il melo coltivato e gli alberi selvatici sottolinea l’eccellenza dell’amato. Cfr. NIDOTTE, yaʿar, II, 484-485.
  4. In un altro testo sumerico la dea canta: “Mio fratello mi ha portato nel giardino… presso un albero di melo mi sono inginocchiata come si conviene”. Il melo appare dunque come luogo privilegiato dell’incontro amoroso nel contesto della ierogamia. Cfr. S.N. Kramer, The Sacred Marriage Rite, London 1969, 96.100-101.
  5. Altri passi biblici usano l’ombra come immagine di protezione divina: Sal 36,8; 91,1; 121,5; Is 49,2; 51,16. L’immagine è particolarmente significativa in contesto desertico, dove l’ombra può fare la differenza tra vita e morte.
  6. Il parallelo lessicale tra Os 14,8 (yāšubû yošebê beṣillô) e Ct 2,3 (yāšabtî beṣillô) ha indotto alcuni studiosi (A. Feuillet) a proporre una lettura allegorica del Cantico. È più probabile che il Cantico riprenda un’immagine già presente nei testi profetici per esprimere la pienezza dell’amore umano. Cfr. A. Feuillet, «S’asseoir à l’ombre’ de l’époux (Os 14,8a et Cant 2,3)», in Revue Biblique 78 (1971), 391-405.
  7. Testo ugaritico KTU 1.23:49-51. La radice semitica mtq esprime dolcezza sia gustativa che erotica. Cfr. G. del Olmo Lete, Mitos y leyendas de Canaán según la tradición de Ugarit, Ediciones Cristiandad, Madrid 1981, 445.

 

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