”Come un giglio tra le spine”: Ct 2,2

È la risposta che ogni cuore innamorato vorrebbe sentire. Lei ha appena detto di sé: «Sono un giglio delle valli» […]

È la risposta che ogni cuore innamorato vorrebbe sentire. Lei ha appena detto di sé: «Sono un giglio delle valli» (Ct 2,1), con quella mescolanza di fierezza e umiltà che solo l’amore conosce. E lui rilancia riprendendo l’immagine del giglio e trasformandola.

a. Come giglio tra le spine כְּשֽׁוֹשַׁנָּה֙ בֵּ֣ין הַחוֹחִ֔ים
kᵉšôšannâ bên haḥôḥı̂m  
b. così il mio amore (Raʿyāṯî) fra le fanciulle; כֵּ֥ן רַעְיָתִ֖י בֵּ֥ין הַבָּנֽוֹת׃
kēn raʿyāṯı̂ bên habbānôṯ  

Non nega che lei sia un giglio, ma aggiunge un dettaglio che cambia tutto: «tra le spine» (v. 2a). Due parole che trasformano un fiore comune in qualcosa di unico, insostituibile, perché il punto non è il giglio in sé, ma il giglio visto da lui, circondato da tutto il resto che, al confronto, impallidisce.

Quando le parole si rincorrono

Il Cantico dei Cantici ama questa tecnica: uno parla, l’altro risponde riprendendo le stesse immagini e arricchendole1. È un gioco poetico raffinato, una sorta di partita a tennis dove la palla — qui l’immagine floreale — viene rilanciata più carica di significato. Lei dice «giglio», lui risponde «giglio tra le spine». E subito dopo, al versetto 3, lei farà lo stesso con l’immagine del melo.

Il termine che usa per chiamarla, raʿyātî, è il suo nome d’amore per lei: «mia amata», «mia compagna»2. Compare per la prima volta in Ct 1,9 e tornerà come un ritornello. Non è un complimento generico, è il suo modo di chiamarla, una parola che appartiene solo a loro due.

Il giglio

Il giglio (šôšannāh) è un fiore comune in Palestina. Non è raro, non è esotico. Cresce nei campi, si moltiplica spontaneamente. Eppure ha qualcosa che cattura: il colore vivace, il profumo delicato, la forma elegante3. Alcuni studiosi pensano che qui si alluda al loto, la ninfea che nelle culture antiche simboleggiava vita e rinascita4. Ma che sia giglio o loto, l’immagine funziona allo stesso modo: è un fiore che porta freschezza, bellezza, vita.

C’è un particolare da non perdere: Gesù, secoli dopo, parlerà dei gigli di campo dicendo che «neppure Salomone, in tutta la sua gloria, era vestito come uno di loro» (Mt 6,29). Il giglio diventa così simbolo di una bellezza non ostentata e costruita, ma semplicemente data. È bello perché è, non perché cerca di esserlo.

Le spine

Con il termine ebraico ḥôḥîm si indicano genericamente delle piante spinose: i cardi, i rovi, i triboli. Nell’Antico Testamento compaiono spesso come simbolo di desolazione: nella parabola del re Ioash, un cardo presuntuoso pretende di essere pari a un cedro maestoso (2Re 14,9), mentre Giobbe li contrappone al grano nel suo giuramento di innocenza (Gb 31,40) 5. Sono piante che non invitano all’intimità: grigie, dure, prive di profumo e repellenti.

Il contrasto è totale: da una parte dolcezza, dall’altra durezza; da una parte un colore acceso, dall’altra una monotonia opaca; da una parte un profumo che attira, dall’altra delle spine che respingono. Eppure, nel Cantico, le spine non rappresentano una minaccia morale né simboleggiano il peccato; sono semplicemente ciò che non è lei, ciò che, al suo confronto, perde ogni interesse..

”Tra le spine”

La preposizione ebraica bēn significa «in mezzo a», «tra». Ma qui non indica tanto un luogo geografico quanto una percezione6. Barbiero lo nota con acutezza: è difficile immaginare un loto che cresce in mezzo ai rovi — sono ecosistemi diversi, uno chiede acqua, l’altro sopravvive nel secco. Non si tratta di botanica ma di percezione. Agli occhi dell’amato, lei è il giglio e tutte le altre giovani (banôt, letteralmente «figlie») sono come spine al confronto7.

Non importa se queste “figlie” sono le eleganti ragazze di Gerusalemme. Non importa se lei è una ragazza di campagna dalla pelle scura (Ct 1,5-6). L’amore ha una sua ottica particolare: mette a fuoco l’amata e tutto il resto passa in secondo piano. Come un obiettivo fotografico che isola un soggetto, così l’amato vede lei e solo lei. Attorno, solo cornice e contrasto.

L’unica che conta

È un tema antico quanto la poesia d’amore: l’amata è senza paragoni. Saffo, secoli prima del Cantico, aveva cantato la mela dolce sul ramo più alto, quella che i raccoglitori non riescono a raggiungere. I salmi regali celebrano la sposa che fa impallidire le regine e le principesse (Sal 45,10-16). E il Cantico stesso tornerà su questo motivo: «Chi è costei?» chiederanno le altre donne, riconoscendo che l’amata è «unica» (Ct 6,9).

Per ogni uomo innamorato, la donna che ama non ha eguali. Non è questione di misurare oggettivamente la bellezza. È lo sguardo che cambia. L’amore non distorce la realtà, la rivela: scorge nell’amata qualcosa che altri non vedono, qualcosa di irripetibile.

Splendore nell’aridità

C’è qualcosa di più del semplice contrasto estetico in questa immagine. Il giglio tra le spine parla di bellezza che emerge dall’improbabile, di delicatezza che resiste nel duro e di vita che fiorisce dove tutto sembra arido. Non è forse questa l’esperienza di chi ama? Scoprire in una persona, in mezzo al brulichio indistinto dei volti, quella presenza che ha il potere di cambiare il colore del tempo.

Raʿyātî, «la mia amata» non ha bisogno di ornamenti o titoli. È lei, semplicemente, e questo basta a far impallidire tutto il resto.


  1. La tecnica del duetto con ripresa e variazione è caratteristica del Cantico dei Cantici. Lo stesso meccanismo ricompare in Ct 2,3 (risposta della donna) e nella coppia di interventi in Ct 5,9 e 6,9. Cfr. G. Ravasi, Il Cantico, 213.
  2. Il termine ebraico raʿyātî è usato esclusivamente dall’innamorato per rivolgersi alla donna che ama (Ct 1,9.15; 2,2.10.13; 4,1.7; 5,2; 6,4). Corrisponde al termine dôdî («amato mio») che la donna usa per lui. Cfr. C.W. Mitchell, The Song, 671.
  3. L’identificazione botanica di šôšannāh (שׁוֹשַׁנָּה) non è certa. La maggior parte degli studiosi pensa a una varietà di giglio comune in Palestina. Per l’uso del termine nel Cantico cfr. Ct 2,1.2.16; 4,5; 5,13; 6,2.3; 7,3. Vedi quanto detto sul Ct 2,1.
  4. A. Barbiero propone il loto, fiore acquatico presente nell’iconografia egizia e israelita come simbolo di vita e rinascita. Questo spiegherebbe meglio il contrasto con le spine (ḥôḥîm), che crescono in ambiente desertico: non un contrasto spaziale ma simbolico tra vita/morte, acqua/deserto. Cfr. A. Barbiero, Cantico dei cantici, 87-88.
  5. Il termine compare anche in Is 34,13 e Os 9,6 come simbolo di desolazione. Cfr. Pope, Song of Songs, 370.
  6. La preposizione bēn ha normalmente significato spaziale («tra», «in mezzo a»). In Ct 1,13 indica lo spazio «tra» i due seni. Ma in Ct 2,2-3, dove compaiono metafore vegetali, la preposizione indica anche una «distinzione» qualitativa tra le persone paragonate: l’amata vis-à-vis le altre donne, l’amato vis-à-vis gli altri uomini. Cfr. HALOT, בַּיִן, B 1a.
  7. Cfr. Barbiero, Cantico dei Cantici, 88.

 

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