Ct 3,1-5

I primi cinque versetti del capitolo terzo continuano in modo naturale la sezione precedente, con uno spostamento significativo. Se in 2,8-17 era l’uomo a cercare la donna muovendosi dalla campagna verso la casa di lei, ora i ruoli si invertono ed è la donna che si mette in cammino nella notte.1 Il desiderio espresso in 2,17 trova qui una risposta, mentre lo scongiuro solenne di 3,5 chiude non solo i cinque versetti, ma l’intera sequenza poetica iniziata in 2,8.2

1 Sul mio letto, durante la notte, ho cercato colui che ama l’anima mia; l’ho cercato e non l’ho trovato.

2 Mi alzerò e girerò per la città, per le strade e per le piazze; cercherò colui che ama l’anima mia. L’ho cercato e non l’ho trovato.

3 Le sentinelle che fanno la ronda in città mi hanno incontrata: «Avete visto colui che ama l’anima mia

4 Le avevo appena superate quando ho trovato colui che ama l’anima mia. L’ho afferrato e non lo lascerò finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepita.

5 Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle e per le cerve della campagna: non destate, non svegliate l’amore finché non voglia.

Un’architettura di ripetizioni

Il lettore dell’originale ebraico si accorge subito che la ripetizione è qui il principale strumento poetico. Il verbo «cercare» (biqqašti) ritorna quattro volte, «trovare» (māṣā’) altrettante (tre volte al negativo, una al positivo), e l’espressione «l’amore dell’anima mia» (še’ahăbâ napší) risuona quattro volte come un’invocazione che non trova pace.3 Il poeta sceglie deliberatamente la ripetizione per mimare l’ossessione di chi cerca senza tregua. Infatti, le stesse parole tornano e si rincorrono fino a quando il verbo «trovare» cambia segno e diventa affermativo.

Anche la poesia amorosa dell’antico Egitto usava strategie simili, in cui il tornare delle stesse espressioni rappresentava l’ansia della ricerca.4 Ma qui la tecnica raggiunge un’intensità particolare, perché chi legge si ritrova dentro l’inquietudine della protagonista quasi senza accorgersene.

La struttura chiastica degli spazi

La composizione si sviluppa attraverso un movimento circolare. Il testo si articola in due strofe (vv. 1-2 e vv. 3-4) più una coda (v. 5), ma ciò che conta è il percorso degli spazi: casa (v. 1) → città (vv. 2-3) → casa (v. 4).5 Il letto solitario da cui tutto inizia trova il suo corrispettivo nella camera della casa materna dove tutto approda. Nel mezzo c’è la città notturna, con le sue strade e le sue sentinelle che pattugliano nell’ombra.

Il chiasmo spaziale non è ornamento. La donna parte dall’intimità del letto, attraversa lo spazio pubblico dove deve chiedere e mostrarsi, e torna all’intimità di una camera — ma non più la stessa: ora ha in braccio ciò che cercava.

Una scena onirica?

L’ambientazione notturna e la sequenza degli eventi, che sfida la verosimiglianza, hanno spinto molti studiosi a chiedersi se si tratti di un sogno. Alcuni leggono il testo come «scena di sogno» sulla base degli elementi tipici dell’immaginario onirico antico: la notte, il letto e l’alternarsi rapido di luoghi.6 Altri preferiscono parlare di «fantasia» o «immaginazione» per non irrigidire l’interpretazione.

La questione, in realtà, rischia di essere mal posta. La poesia vive in un territorio dove desiderio e realtà si intrecciano e dove l’assenza viene evocata attraverso la parola proprio per essere vinta.7 Non serve stabilire se la donna sia davvero uscita nella notte o se tutto accada nella sua immaginazione, perché ciò che conta è il modo in cui l’amore vive nella tensione tra ricerca e incontro, sempre sul punto di sfuggire di nuovo.

Il ritornello finale (v. 5), identico a quello di 2,7, chiude la composizione rivolgendosi alle figlie di Gerusalemme: «Non svegliate, non destate l’amore finché non lo voglia». Dopo la notte e l’inseguimento, il testo si chiude nel silenzio di chi ha trovato e si è ritrovato.


  1. G. Barbiero, Cantico dei Cantici, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, pp. 120-122.
  2. Sul ruolo strutturale del refrain di 3,5 cf. Barbiero, Cantico, p. 121.
  3. H.-P. Müller, Das Hohelied, Gütersloher Verlagshaus, Göttingen 1992, p. 35.
  4. Cf. J.B. White, A Study of the Language of Love in the Song of Songs and Ancient Egyptian Poetry, Scholars Press, Missoula 1978, p. 157.
  5. Per la struttura chiastica casa-città-casa cf. Barbiero, Cantico, p. 121.
  6. A. Berlin propone questa lettura sulla base del setting notturno e della donna a letto; Song of Songs, Fortress Press, Minneapolis 2025, pp. 81-83.
  7. G. Ravasi, Cantico dei Cantici, EDB, Bologna 1992, p. 282.

 

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