Quando l’amore incontra la paura
Le parole dell’amato cambiano tono. Fino a un attimo prima invitava la sua donna a uscire, a correre con lui tra le vigne fiorite e i monti profumati. Adesso la scopre irraggiungibile, annidata come una colomba selvatica nelle fenditure della roccia.
| Colomba mia, tu che stai nelle fenditure della roccia, | יוֹנָתִי בְּחַגְוֵי הַסֶּלַע |
| yônāṯı̂ bᵉḥag̱wê hasselaʿ | |
| nel nascondiglio del dirupo. | בְּסֵתֶר הַמַּדְרֵגָה |
| bᵉsēṯer hammaḏrēg̱â | |
| Fammi vedere il tuo volto, | הַרְאִינִי אֶתּ־מַרְאַיִךְ |
| harʾı̂nı̂ ʾet-marʾayiḵ | |
| fammi ascoltare la tua voce, | הַשְׁמִיעִ֖ינִי אֶת־קוֹלֵ֑ךְ |
| hašmı̂ʿı̂nı̂ ʾeṯ-qôlēḵ | |
| perché la tua voce è soave | כִּי־קוֹלֵךְ עָרֵב |
| kı̂-qôlēḵ ʿārēḇ | |
| il tuo volto è incantevole. | וּמַרְאֵ֥יךְ נָאוֶֽה׃ ס |
| ûmarʾêḵ nāʾweh: s |
Cosa è successo? Dove è finita la primavera, i fiori sulla terra, la voce della tortora? Perché adesso lei si nasconde?
Le colombe di Palestina
Chi ha viaggiato tra le gole che solcano le colline della Galilea o i dirupi che costeggiano il Giordano vicino a Gerico, conosce lo spettacolo improvviso di stormi di colombe bianche che si levano in volo dalle pareti rocciose. Sono ancora lì, dopo tremila anni, a nidificare negli anfratti, nelle crepe della pietra dove il vento non arriva e l’aquila non può infilarsi.
Due vallate in Palestina portano ancora il nome che avevano allora: Wadi Hamam, “Valle delle Colombe“. Il poeta del Cantico non sta facendo letteratura ornamentale: descrive ciò che vede e lo trasfigura in linguaggio d’amore.
La colomba cerca riparo. Ha bisogno di sentirsi al sicuro prima di mostrarsi. Geremia lo sapeva: «Sii come la colomba che fa il nido nelle pareti della gola profonda» (Ger 48,28), aveva scritto a chi cercava scampo dalla violenza.
Il rovescio della medaglia
Dopo la gioia solare dei versetti precedenti, questo nascondersi dell’amata sembra un tradimento. Lei che cercava l’amato, che voleva essere baciata, che desiderava correre dietro a lui, adesso si ritrae e diventa introvabile.
Ma è così strano? Chi ha amato davvero sa che il cuore non procede per inerzia: un momento ci si espone, un momento si ha paura. Un giorno si vuole essere cercati, il giorno dopo ci si nasconde per vedere se l’altro cerca davvero. La donna del Cantico non è una statua che sorride sempre nello stesso modo. Ha i suoi slanci e la sua ritrosia, la sua voglia di correre e il suo bisogno di proteggersi.
Lo sguardo che non forza
Ecco il particolare che cambia tutto: l’amato sa dov’è lei, intravede forse il candore del suo volto in una fenditura della pietra, ma non tenta di stanarla, non allunga la mano per afferrarla. Si ferma e chiede.
«Fammi vedere il tuo volto, fammi ascoltare la tua voce»: un invito, non un ordine. Chi ama non sfonda porte chiuse perché sa che forzare una colomba dal suo nascondiglio significa vederla volare via per sempre. Corteggia, attende, rispetta quel nucleo di libertà nell’altro che lo rende sempre un po’ oltre la nostra presa.
Volto e voce
La richiesta ha due facce: vedere e ascoltare, il volto e la voce. Sono i due luoghi dove abita l’unicità di una persona. Nessuno ha il nostro stesso modo di sorridere, di aggrottare le sopracciglia, di abbassare lo sguardo; nessuno ha il nostro timbro di voce, quella particolare inflessione che fa riconoscere chi siamo anche al telefono, al buio, da lontano.
L’amato non chiede perfezione da copertina. Chiede lei, con quel volto specifico e quella voce particolare, con le sue esitazioni e i suoi slanci. Il testo ebraico gioca sulla stessa radice per “vedere“ e “aspetto“: harʾīnī, fammi vedere, e marʾayik, il tuo aspetto — letteralmente, fammi vedere la tua visibilità.1 Non basta sapere che lei esiste da qualche parte. Lui vuole che si manifesti, che esca dall’ombra.
E poi — dettaglio raffinato — i due elementi vengono ripresi alla fine in ordine inverso: prima volto e voce, poi voce e volto.2 Vedere e ascoltare si intrecciano nell’esperienza piena dell’altro.
L’incanto senza condizioni
Ma perché dovrebbe uscire? L’amato non promette mari e monti, non elenca le sue qualità, non cerca di impressionarla. Dice semplicemente la verità: «la tua voce è soave, il tuo volto è incantevole».
Quella parola — incantevole, in ebraico nāweh3 — non è una parola qualunque. È la stessa che lei aveva usato all’inizio per descrivere se stessa: «Sono scura ma nāweh (incantevole)» (1,5), quasi a giustificarsi. Lui gliela restituisce senza riserve, senza il “ma“ difensivo che lei aveva sentito il bisogno di premettere. E la voce? La chiama ʿārēb4, un aggettivo rarissimo che evoca dolcezza al palato e all’orecchio insieme. Non deve essere perfetta, impostata, addestrata: è soave perché è sua.
La roccia ferita
La tradizione cristiana ha visto in questa roccia il Cristo stesso. Paolo scriveva: «La roccia era Cristo» (1 Cor 10,4), e i mistici medievali hanno riletto il versetto come un invito a nascondersi nelle piaghe del Crocifisso.5 Nelle fenditure della roccia — nelle ferite di chi si è consegnato per amore — scoprire quanto siamo amati.
Può sembrare un’interpretazione lontana dal testo. Ma forse coglie qualcosa di vero: l’amore autentico non è un rifugio astratto. Ha un volto, un corpo, delle ferite. Ed è proprio nelle vulnerabilità dell’amato — in ciò che lo rende umano e vicino — che chi si sente fragile trova il coraggio di mostrarsi. Solo chi si espone per primo può chiedere all’altro di fidarsi.
Il coraggio di volare
Noi tutti, qualche volta nella vita, siamo quella colomba. Feriti da amori precedenti, delusi da promesse non mantenute, stanchi di esporci solo per essere giudicati. Trincerati nei nostri nascondigli psicologici, dietro maschere che portiamo da troppo tempo.
E poi arriva qualcuno che non forza, ma aspetta. Qualcuno che chiama senza pretendere risposta. Qualcuno che ci dice, con i fatti prima che con le parole: la tua voce mi incanta, il tuo volto mi affascina. Non devi essere altro. Devi solo essere te stesso.
La colomba uscirà dal suo rifugio quando avrà capito che fuori c’è qualcuno che non vuole catturarla, ma contemplarla. Che differenza fa, quella parola.
- Il testo ebraico usa la stessa radice r-ʾ-h per il verbo “vedere“ (harʾīnī, “fammi vedere“) e per il sostantivo “aspetto“ (marʾayik, “il tuo aspetto“). Non è un semplice guardare, ma un’apparizione, una manifestazione. Lo stesso termine ricorre in contesti teofanici, come in Es 3,3 (il roveto ardente) o Es 24,17 (la gloria di Dio sul Sinai). ↩
- La struttura chiastica è tipica della poesia ebraica: A (volto) – B (voce) – B’ (voce) – A’ (volto). Questo schema incrociato crea un effetto di completezza e sottolinea che vedere e ascoltare sono due modalità complementari di accogliere la presenza dell’altro. ↩
- Nāweh viene dalla radice n-w-h, che significa “abitare, riposare, dimorare“. Indica qualcosa che è al suo posto, che sta bene dov’è: una bellezza appropriata e naturale. Non è la bellezza che abbaglia, ma quella che affascina, che invita a soffermarsi. ↩
- ʿĀrēb è un aggettivo rarissimo, usato solo qui e in Pr 20,17 in tutta la Bibbia ebraica. La radice ʿ-r-b suggerisce qualcosa di gradevole, dolce, che piace. Curiosamente, dalla stessa radice deriva ʿerev, “sera“, il momento in cui la luce si addolcisce e il mondo diventa più intimo. ↩
- I termini ebraici ḥagwê hasselaʿ (“fenditure della roccia“) e sēter hammadregāh (“nascondigli dei dirupi“) evocano luoghi inaccessibili e protetti. Ḥagwê viene dalla radice ḥ-g-h (nascondersi, rifugiarsi) e compare solo qui, in Ger 49,16 e Abd 3. Sēter (nascondiglio, riparo segreto) è usato spesso per indicare la protezione divina, come in Sal 27,5: «Mi custodirà nel suo nascondiglio nel giorno della sventura». I mistici cristiani hanno visto in queste “fenditure della roccia“ le cinque piaghe di Cristo, luoghi di rifugio e di rivelazione dell’amore divino. ↩