Cantico dei Cantici

Ct 1,17. Travi di eternità: quando l’amore costruisce il sacro

Dopo aver proclamato la bellezza reciproca e celebrato il loro letto verdeggiante nel versetto precedente, la coppia del Cantico continua a tessere la trama poetica del loro incontro. Il versetto 1,17 completa il quadro intimo iniziato in 1,16, trasformando lo spazio dell’amore in una vera e propria architettura mistica.

Le travi della nostra casa (sono) di cedro, קֹרוֹת בָּתֵּינוּ אֲרָזִים
qōrôṯ bottênû ʾᵃrāzı̂m  
il nostro soffitto di cipresso. רַחִיטֵנוּ בְּרוֹתִים׃
raḥı̂ṭēnû bᵉrôṯı̂m:  

Il testo ebraico presenta difficoltà filologiche che rivelano la ricchezza semantica dell’originale. Il termine qōrôṯ indica propriamente le travi portanti di un edificio, quelle strutture fondamentali che reggono l’intera costruzione. Lo stesso vocabolo appare in Gen 19,8, dove Lot offre ospitalità «all’ombra del mio tetto», e in 2Cr 3,7, nella descrizione delle travi d’oro del tempio salomonico. Non si tratta di semplici elementi decorativi: queste travi costituiscono l’ossatura stessa della dimora, il supporto che garantisce stabilità e durata. La scelta di questo vocabolo svela l’intenzione poetica di presentare l’amore come qualcosa di solido, di architettonicamente fondato.

La parola bottênû, letteralmente «le nostre case», introduce una dimensione plurale che ha affascinato gli interpreti. Non si tratta di un semplice errore grammaticale o di una licenza poetica. Il plurale ebraico esprime qui una maestosità che trascende la singola abitazione: è la casa dell’amore che si dilata, si moltiplica, abbraccia tutti gli spazi possibili dell’incontro. Come nelle Scritture il tempio è spesso indicato al plurale per esprimerne la grandezza e la complessità architettonica, così la dimora degli amanti diventa un universo di luoghi condivisi, un insieme di spazi sacri dove l’intimità può fiorire.

Il “cedro” (erez) è un simbolo che gli amanti usano per esprimere una qualità che va oltre la materia. Questo legno prezioso, importato dalle montagne del Libano, rappresentava nella cultura antica l’eccellenza assoluta nell’arte edificatoria. Salomone stesso lo aveva scelto per il suo palazzo regale e per il tempio di Gerusalemme (1Re 5,22-24; 6,15-34; 2Cr 2,7; 3,5), riconoscendone le qualità straordinarie: la resistenza al tempo, l’incorruttibilità, il profumo che si sprigiona dalle sue fibre. David aveva già costruito il suo palazzo come una «casa di cedro» (2Sam 7,2), stabilendo una tradizione regale che suo figlio avrebbe portato al culmine. Quando la donna e l’uomo del Cantico immaginano le loro travi di cedro, stanno proclamando che il loro amore merita la stessa qualità riservata alla dimora di Dio e alla reggia del re più saggio d’Israele. Il cedro riappare anche in altri luoghi del Cantico (Ct 5,15; 8,9), confermando la sua importanza simbolica nell’immaginario poetico del libro. Il profeta Isaia prometterà che nella restaurazione messianica «la gloria del Libano verrà a te, cipressi, olmi e abeti abbellirranno il luogo del mio santuario» (Is 60,13), collegando questi legni preziosi alla presenza divina stessa.

Ma il versetto riserva un’altra sorpresa lessicale nell’enigmatico rāḥāîṭî, termine che compare una sola volta in tutta la Scrittura. I masoreti stessi suggerirono una correzione (rᵉhîṭî), rivelando l’incertezza che circonda questo vocabolo misterioso. La tradizione interpretativa ha proposto diverse soluzioni: soffitto, travature secondarie, rivestimenti lignei. Questa incertezza non rappresenta un limite: diventa invece una porta aperta verso significati multipli, una ricchezza semantica che permette al testo di respirare e di adattarsi a letture diverse senza perdere la sua forza poetica.

Il “cipresso” (bᵉrôṯîm) c completa il quadro architettonico con una sfumatura diversa rispetto al cedro. Mentre quest’ultimo evoca maestosità e incorruttibilità, il ginepro porta con sé note di freschezza e vivacità. È un legno che cresce rigoglioso sulle pendici montane, resistente alle intemperie ma più agile nella sua struttura. L’accostamento di cedro e ginepro era già presente nell’edilizia salomonica: Hiram, re di Tiro, fornì entrambi i legni per la costruzione del palazzo e del tempio (1Re 9,11). Questa combinazione crea un equilibrio perfetto: la solidità regale si unisce alla grazia naturale, la durata eterna si sposa con la vitalità presente.

L’ambientazione del versetto mantiene quella deliberata ambiguità che attraversa tutto il Cantico1. Gli amanti si trovano davvero sotto la volta stellata, con i rami degli alberi che si intrecciano sopra le loro teste come un soffitto naturale? Oppure sono accolti nelle stanze di un palazzo, dove le travi lavorate evocano la presenza della natura anche negli spazi chiusi? Il testo gioca sapientemente su questa duplicità, trasformando ogni ambiente in un luogo sacro dell’incontro amoroso.

Il passaggio dal “mio” al “nostro” che aveva caratterizzato il versetto precedente trova qui il suo pieno compimento. Non è più questione di possesso individuale: la casa, le travi, il soffitto appartengono a entrambi. Questa condivisione totale dello spazio vitale rivela la profondità dell’unione che si sta realizzando. L’amore autentico non conosce divisioni proprietarie: tutto diventa comune, tutto si trasforma in regalo reciproco.

La qualità dei materiali citati – cedro e cipresso – non rappresenta solo un vezzo estetico. Nella mentalità biblica, la scelta dei materiali per l’edificazione esprime sempre una teologia implicita. Il tempio doveva essere costruito con i legni più pregiati perché ospitava la presenza divina; il palazzo regale richiedeva materiali all’altezza della dignità regia. Quando gli amanti del Cantico immaginano la loro dimora rivestita degli stessi legni utilizzati per il tempio salomonico, stanno dichiarando che il loro amore partecipa della stessa sacralità, merita la stessa venerazione, ha diritto alla stessa qualità materiale e spirituale.

Questa architettura dell’amore non rimane confinata nel mondo antico. Ogni coppia che si ama costruisce, giorno dopo giorno, la propria dimora spirituale. Le travi portanti sono costituite dalla fiducia reciproca, dalle promesse mantenute, dalla fedeltà che resiste alle tempeste del tempo. Il soffitto che protegge l’intimità è tessuto di comprensione, di perdono, di quella tenerezza quotidiana che trasforma i gesti più semplici in liturgia domestica.

Il Cantico ci insegna che l’amore autentico non si accontenta di spazi improvvisati o di materiali scadenti. L’incontro tra due persone che si amano davvero merita architetture degne, spazi belli, qualità che onorino la grandezza del mistero che si sta compiendo. Non si tratta di lusso esteriore, ma di quella bellezza interiore che si riflette necessariamente anche nelle forme esteriori dell’esistenza condivisa.

Il mistero di queste travi e di questi soffitti si rinnova oggi con forza inaspettata. Il nostro tempo, che spesso riduce l’incontro amoroso a consumo affrettato, scopre nel Cantico una provocazione radicale. L’amore autentico esige architetture degne: spazi belli, qualità che onorino la grandezza del mistero che si compie. Non si tratta di lusso esteriore, ma di quella bellezza interiore che si riflette necessariamente anche nelle forme esteriori dell’esistenza condivisa. Il Cantico restituisce all’amore la sua dignità architettonica, la sua vocazione a costruire dimore degne del mistero che accoglie.


  1. Alcuni studiosi hanno proposto che le allusioni di questo versetto siano da ricercare nel repertorio mitologico della fertilità e dei relativi culti sessuali. Pope cita un inno sumerico che descrive la ierogamia in un contesto naturalistico lussureggiante: durante il matrimonio sacro tra Dumuzi e Inanna, le divinità sumere della fecondità, veniva cosparso il terreno di olio di cipresso, mentre le travi della camera nuziale per la ierogamia mesopotamica erano di legno di cedro. Similmente, il letto del matrimonio sacro era ornato di motivi vegetali ed era immerso in un’area fiorita e fitta d’alberi. Secondo questa interpretazione, il Cantico opererebbe una consapevole demitizzazione di questi rituali, riconducendo l’esperienza sessuale alla sua autentica dimensione umana, oppure conferirebbe agli amanti una valenza “teomorfica” nel senso di Gen 1,26. Queste letture, benché suggestive, vanno considerate con prudenza critica, privilegiando il significato primario del testo all’interno del contesto biblico. Cfr. M.H. Pole, Song of Songs. A new translation with introduction and commentary (AB 7C), Doubleday, New York 1977, 361-363; G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici. Commento e attualizzazione (Testi e commenti 4), EDB, Bologna 1992, 206-209.

 

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