| a. Io [sono] un narciso di Šaron | אֲנִי חֲבַצֶּלֶת הַשָּׁרוֹן |
| ʾᵃnı̂ ḥᵃḇaṣṣeleṯ haššārôn | |
| b. un giglio delle valli. | שׁוֹשַׁנַּת הָעֲמָקִים׃ |
| šôšannaṯ hāʿᵃmāqı̂m: |
Parole sussurrate quasi sottovoce, eppure cariche di una consapevolezza nuova. La donna del Cantico prende la parola con un semplice pronome – io – ma in quella sillaba c’è tutto: la scoperta di sé, la meraviglia di esistere, lo stupore di essere guardata con occhi che vedono davvero. In Ct 2,1 accade qualcosa di apparentemente semplice: una donna si paragona a due fiori. Ma dietro quella semplicità si nasconde un enigma che ha fatto discutere gli esegeti. Si sta abbassando con modestia o sta affermando con fierezza la propria bellezza? È un fiore comune o un fiore unico?
Forse la risposta è: entrambe le cose. Ed è proprio questo paradosso a renderla così vera.
Nel giardino delle parole
Il dialogo riprende dopo la scena intima di 1,15-17, dove gli amanti si scambiavano elogi davanti a un fondale di cedri e cipressi. Ora l’atmosfera cambia. Dai grandi alberi del Libano scendiamo ai fiori di campo, dalle foreste regali alle pianure fertili. È la donna a rompere il silenzio con questa autodefinizione floreale, e sarà l’uomo a risponderle al versetto successivo, ribadendo e amplificando la metafora1.
I pronomi personali sono la cifra stilistica del Cantico. Quella sequenza insistente di “io“ e “tu“, “mio“ e “tua“ che attraversa tutto il libro non è un vezzo letterario: è l’affermazione più netta dell’identità personale, la rivendicazione del proprio volto unico in un rapporto d’amore che non annulla ma esalta2. Quando la donna dice «Io sono», non sta semplicemente descrivendo il proprio aspetto: sta dichiarando la propria esistenza, il proprio diritto a essere vista, amata, desiderata.
La natura non è qui uno sfondo decorativo. È il linguaggio stesso dell’amore, il vocabolario con cui i due amanti tentano di dire l’indicibile.
Due fiori, un enigma
Narciso di Sharon, giglio delle valli. Due immagini che evocano colori, profumi, stagioni. Ma di quali fiori stiamo parlando esattamente? Gli studiosi si sono accaniti nel tentativo di identificarli con precisione botanica3. Il primo termine ebraico, ḥăbaṣṣelet, compare solo qui e in Isaia 35,1, dove descrive il fiorire miracoloso del deserto. Il secondo, šôšannâ, ricorre otto volte nel Cantico ed è diventato persino un nome femminile (Susanna). Le ipotesi si moltiplicano: asfodelo, croco, narciso, tulipano per il primo; giglio, loto, anemone per il secondo.
Ma forse l’acribia filologica, per quanto necessaria, rischia di farci perdere il punto. La donna non sta compilando un manuale di botanica. Sta scegliendo fiori che dicano qualcosa di lei: fiori comuni, primaverili, che tappezzano le pianure e le valli di Israele. Non rose rare nei giardini del re. Non orchidee esotiche portate da terre lontane. Fiori che sbocciano a migliaia ogni primavera nella pianura di Sharon, quella striscia fertile lungo la costa tra Giaffa e il Carmelo, e nelle valli che solcano la terra promessa4.
Fiori che chiunque ha visto. Fiori che chiunque può cogliere.
Il paradosso della bellezza comune
Ed eccoci al cuore dell’enigma. Alcuni interpreti leggono queste parole come un’espressione di modestia: la donna si paragona a fiori comuni per sottolineare che non è nulla di speciale, solo una ragazza semplice che non merita tanta attenzione5. Altri invece vi colgono un’affermazione di sicurezza: sono un fiore, sì, ma un fiore bellissimo, sono la fertilità stessa di questa terra benedetta, sono Sharon che fiorisce, sono le valli che si vestono di colori6.
Forse non dobbiamo scegliere. Forse la donna sta dicendo entrambe le cose, e sta dicendo qualcosa di più profondo: sono comune come i fiori che crescono ovunque, eppure lo sguardo dell’amato mi ha reso unica. È questo che fa l’amore autentico: non nega la semplicità, non trasforma artificialmente in qualcosa di esotico, ma vi scopre uno splendore nascosto. Come il deserto che fiorisce in Isaia 35, come la steppa che si veste di gloria, così la donna fiorisce sotto lo sguardo che la ama.
Gesù riprenderà questa immagine secoli dopo: «Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Mt 6,28-29)7. Anche qui lo stesso paradosso: fiori comuni che superano lo splendore regale. Non nonostante la loro ordinarietà, ma proprio attraverso di essa. Perché la vera bellezza non è nell’esclusività, ma nell’essere pienamente ciò che si è.
«Io sono» – La rinascita dell’identità
Quell’ʾanî iniziale – «io sono» – risuona con una forza particolare. Pochi versetti prima, in 1,5-6, la donna si era presentata con una difesa: «Sono nera, ma bella… non guardate che sono scura». C’era ancora imbarazzo, ancora il bisogno di giustificarsi davanti allo sguardo degli altri. Qui no. Qui c’è solo affermazione serena, senza più difese né spiegazioni. «Io sono un narciso, un giglio». Punto.
Cos’è cambiato? È passata per il crogiolo dello sguardo d’amore. Qualcuno l’ha vista davvero, l’ha chiamata «bella» (1,15), ha trasformato il suo modo di vedersi. Come un fiore che si apre solo quando il sole lo tocca, così l’identità della donna si schiude sotto lo sguardo dell’amato. Non che sia diventata qualcun altro. Non che si sia trasformata in qualcosa di diverso da quello che era. Ma ha scoperto di essere, nella sua semplicità, degna di essere amata.
È l’esperienza di chiunque abbia conosciuto l’amore autentico: quello sguardo che non giudica, non confronta, non misura secondo parametri esterni, ma semplicemente vede. E vedendo, fa esistere. La donna del Cantico non ha bisogno di giustificare più nulla perché finalmente qualcuno l’ha riconosciuta per quello che è. E quello che è, scopre, è sufficiente. Anzi, è bellissimo.
Lo sguardo che fa fiorire
Viviamo in un’epoca ossessionata dall’unicità. Dobbiamo essere speciali, distinguerci, emergere dalla massa. I social media hanno trasformato la vita in una vetrina dove esibirsi, dove dimostrare costantemente di essere diversi, interessanti, degni di attenzione. E al tempo stesso, paradossalmente, abbiamo paura di essere ordinari, comuni, intercambiabili.
La donna del Cantico ci sussurra qualcosa di diverso. Ci dice che non c’è contraddizione tra l’essere comuni e l’essere unici. Che la vera unicità non sta nell’esibire qualità straordinarie, ma nell’essere pienamente visti per quello che siamo. Che l’amore autentico non ci rende speciali nonostante la nostra ordinarietà, ma proprio attraverso di essa.
C’è bisogno di uno sguardo. Uno sguardo che non cerchi l’eccezionale ma sappia vedere il miracolo nel quotidiano. Uno sguardo che non misuri il valore secondo scale prestabilite di bellezza o successo, ma colga la bellezza unica in ogni volto. Uno sguardo che faccia fiorire, come il sole fa sbocciare i narcisi nelle pianure e i gigli nelle valli.
«Io sono un narciso». Tre parole che racchiudono il mistero dell’amore: la scoperta di essere al tempo stesso fragili come un fiore di campo e preziosi come nessun altro. Non serve essere esotici per essere amati. Non serve essere rari per essere unici. Basta uno sguardo che sappia vedere.
E forse è questo, alla fine, il vero miracolo: non che l’amore ci trasformi in qualcosa di diverso, ma che ci riveli per quello che siamo sempre stati. Come quei narcisi che tappezzano Sharon ogni primavera, comuni eppure irripetibili, semplici eppure splendidi. Come ogni fiore che sboccia nel momento giusto, quando finalmente qualcuno si ferma a guardarlo davvero.
- La struttura dialogica di Ct 2,1-3 è chiaramente articolata: la donna parla (v. 1), l’uomo risponde (v. 2), la donna riprende (v. 3). Questa alternanza rapida crea un effetto di duetto amoroso. Cfr. G. Barbiero, Cantico dei Cantici, Paoline, Milano 2004, 86-87. ↩
- I pronomi personali (ʾanî, “io“; ʾattâ/ʾattāh, “tu“; dôdî, “il mio amato“; raʿyātî, “la mia amata“) ricorrono con frequenza insistita in tutto il Cantico (cf. 1,5.6; 2,16; 5,2; 6,3; 7,11; 8,10) e sono considerati dagli esegeti una cifra stilistica fondamentale del libro, espressione di un’immediatezza e autenticità straordinarie nel rapporto tra i due amanti. ↩
- Il termine ebraico ḥăbaṣṣelet ha generato un vasto dibattito tra gli studiosi (cfr. DCH, חֲבַצֶּלֶת; BDB, חֲבַצֶּלֶת) . Le ipotesi principali includono: asfodelo (R.E. Brown, O. Keel), croco (M.H. Pope), narciso (Targum, G. Ravasi), tulipano (M. Falk), colchico (F. Delitzsch). Il termine ricorre solo qui e in Is 35,1. La Settanta e la Vulgata usano termini generici (anthos, flos). Per il secondo termine, šôšannâ, le opzioni sono: giglio (tradizione maggioritaria, dalla LXX krinon e Vg lilium), loto (proposta di O. Keel sulla base dell’egiziano sššn), anemone (A. Robert, in chiave cultuale). Cfr. DCH, שׁוּשַׁן; BDB, שׁוֹשָׁ֑ן. ↩
- Sharon (ebraico šārôn) è la pianura costiera che si estende tra l’odierna Tel Aviv e il Monte Carmelo, nota nella Bibbia come simbolo di fertilità e abbondanza (Is 33,9; 35,2; 65,10; 1Cr 27,29). Il termine deriva probabilmente dalla radice yšr, “essere diritto, piatto“, e indica genericamente una “pianura“. Alcuni studiosi (come Ravasi e Barbiero) preferiscono mantenere il senso generico piuttosto che il toponimo specifico, per parallelismo con “valli“ (’ămāqîm) nel secondo stico. ↩
- Questa interpretazione è sostenuta, tra gli altri, da T. Longman, Song of Songs, Eerdmans, Grand Rapids 2001 e da M. Mitchell, The Song of Songs, Concordia Publishing House, St. Louis 2003, 185. ↩
- R.S. Hess, Song of Songs, Baker Academic, Grand Rapids 2005. Barbiero, Cantico, 87-88 sottolinea l’enfasi sull’autenticità e sull’identificazione simbolica della donna con la terra d’Israele. ↩
- Il termine greco κρίνον (plur. κρίνα) usato da Gesù in Mt 6,28-29 e Lc 12,27 è lo stesso termine con cui la Settanta traduce šôšannâ in tutte le sue otto occorrenze nel Cantico. Questo ha portato alcuni studiosi (come M. Mitchell e R.S. Hess) a ipotizzare un’allusione consapevole di Gesù al Cantico dei Cantici. Il parallelo tematico è suggestivo: in entrambi i casi, la bellezza di fiori comuni viene presentata come superiore allo splendore di Salomone. ↩